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Conversazione con Aron Demetz, lo scultore più classico tra i contemporanei

Io mi sento uno scultore della continuazione della Vita, ma mostrando la Morte a volte ci si rende più conto della Vita

-Aron Demetz, scultore  

Mondi che si sgretolano e corpi vivi: la Vita e la Morte per Aron Demetz, scultore e docente altoatesino, sono la stessa cosa, ovvero due facce della stessa medaglia.  

Di recente ha avuto successo la sua mostra al MARCA (Museo delle Arti di Catanzaro), ma negli ultimi anni già aveva suscitato un’eco impressionante la sua esposizione al MANN (Museo Archeologico Nazionale) di Napoli.

Attualmente alcuni suoi lavori sono esposti alla Biennale di Venezia e a Pistoia.

  

Lei come evoca l’antichità, la classicità?

«La classicità fa parte delle nostre radici, poi da esse dobbiamo scegliere quale strada imboccare. Negli ultimi anni mi sono occupato di sgretolazione e dissolvimento, anche per la materia scelta, come il legno. Poi vedremo verso che direzione continuerà tutto questo».

Quindi, lei indaga una sorta di confine tra razionale ed irrazionale, ma in senso di dissolvimento con prevalenza della dimensione dell’inconscio?

«A volte sì, anche se è molto lento, spesso, il passaggio da una serie di lavori all’altra, capita che passino degli anni. Come indirizzi i lavori poi rientra nella sfera inconscia, la quale si forma durante gli anni. Quando si parla di dissolvimento, mi viene in mente di fare una considerazione, secondo la quale per me la vita e la morte sono importanti allo stesso modo. Al di là del dissolvimento ci sono sia la vita che la morte».

Quindi per lei la classicità risiede anche nel tempo che scorre? Ovvero, si può cristallizzare in un tempo che passa, ma resta saldo il suo significato?

«Assolutamente sì! Da giovanissimo amavo l’arte egiziana e quella africana. Non si può fare a meno della classicità. La tradizione è vasta, per cui è necessario ed inevitabile il confronto. Poi devi comunicare tutto questo a persone che vivono, come me, nel decennio del 2020. A volte mi sento più classico io dei greci o dei romani. Trovo che spesso i miei lavori possano essere collocati in una data piuttosto che in un’altra».

Si percepisce l’essenza della materia attraverso il legno vivo che lei adopera per la realizzazione della figura umana e si comprende pienamente il senso paesaggistico della sua area di provenienza, la montagna. Ma ho sentito, osservando le sue opere, anche carne umana. Dunque, lei vuole far venir fuori quel legame tra uomo e natura molto vivo nelle sue zone?

«Da me in Val Gardena abbiamo una tradizione centenaria di scultura sacra, una predisposizione da cui non si può fuggire».

A volte non realizza figure umane intere, ma parti di esse, come ad esempio mani intrecciate scolpite. Queste opere si connettono alla stessa sofferenza espressa dalle sculture a grandezza naturale della figura umana?

«I lavori delle mani sono nati durante il primo lockdown. Sono piuttosto prove, bozzetti. Abbiamo avuto tantissimi morti di covid qui in valle. È stato un periodo brutto e strano. Usando calchi delle mie mani o di quelle dei miei familiari mi son dedicato alla realizzazione di questo genere di sculture. È un incontro tra il positivo ed il negativo quello che voglio esprimere, e non si sa chi comandi di più alla fine. È questione di calchi, di manufatto, ma vale anche a livello ideologico».

Sulle teste in vortice, invece, che mi dice? C’è qualche eco futurista in esse?

«Forse sì, ma sono probabilmente i lavori più classici che ho fatto. Attraverso il materiale voglio richiamare le stagioni, la natura. Sono opere che vivono della poesia della materia».

Le pongo, per concludere, due domande in merito alla sua attività di docente all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Prima di tutto, cosa ne pensa della scelta di contingentare gli ingressi in città?

«Questa è una decisione politica, che però farebbe bene a Venezia da un punto di vista artistico, dato che la città è veramente sovraffollata. Molti vanno a Venezia solo per la sua presenza nel cosiddetto tour europeo, ma non perché la vogliano veramente visitare. Con meno gente si può gioire molto meglio dell’arte».

Poi, cosa ne pensa degli allestimenti che accostano l’arte antica all’arte contemporanea?

«Lo trovo molto positivo e molto delicato, è un confronto reale dell’arte, un modo per far vedere al pubblico determinate opere anche da un’altra prospettiva, la quale è ugualmente interessante».  

 

Bene, un modo per dimostrare che l’arte antica fa talmente parte di noi, che non è poi così antica, bensì eterna. In bocca al lupo per tutti i progetti, presenti e futuri, ed un saluto da Napoli, città molto vicina a me e anche a lei.

«Grazie Christian, è la città in cui vivrei più volentieri».

Ringraziamo ancora l’artista per averci fornito alcune delle foto qui presenti tramite il suo profilo Facebook, mentre altre sono di Christian Liguori (Mostra di Demetz al MARCA di Catanzaro).

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2022 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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