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Quella tradizione gladiatoria della città da cui partì la rivolta di Spartaco

Quando fu costruita l’antica via Appia da Roma a Capua, strada militare voluta nel 313 a.C. dal censore Appio Claudio Cieco, i capuani più facoltosi ne sostennero le spese. La più facile connessione tra le due città favorì scambi di natura economica, ma anche culturale. Non lontano da questo asse viario e su modello del celebre Colosseo sorse, tra la fine del I d.C. e l’inizio del II d.C., l’anfiteatro campano, secondo solo al fratello romano per grandezza e rilevanza. Un’epigrafe posta all’ingresso dell’edificio e rinvenuta da Alessio Simmaco Mazzocchi nel 1726 recita: «La Colonia Giulia Felice Augusta Capua fece, il divo Adriano Augusto restaurò e curò vi si aggiungessero le statue e le colonne, l’imperatore Cesare T. Elio Adriano Augusto Pio dedicò». Da queste parole si evince parte della storia dell’anfiteatro. Un altro tassello di questa è reperibile negli ampi sotterranei, che conservano frammenti di colonne e capitelli, botole, oltre a un ottimo sistema di canalizzazione delle acque e a macchine di sollevamento per far apparire all’improvviso nell’arena scenografie o belve.

I resti di un portico ellittico circondano un edificio di epoca flavia dall’originaria capacità di circa 60.000 posti distribuiti su più livelli. Il pubblico era diviso in cinque settori orizzontali in base alla classe sociale: i senatori occupavano i posti più vicini all’arena; le donne quelli più lontani. La numerazione dei settori era affidata agli dei di Capua che guidavano i visitatori alla loro postazione: un unicum per l’epoca; di queste statue, la maggior parte è stata portata via, altre furono invece riutilizzate come ornamento per gli edifici della nuova Capua. Sì, perché nonostante l’anfiteatro fosse resistito alla soppressione dei munera gladiatoria da parte di Onorio nel 404 d.C. e ai danni di Genserico pochi anni dopo la caduta dell’Impero romando d’Occidente, il saccheggio saraceno del IX secolo trasformò l’anfiteatro in rocca difensiva, anche se già nel VI sec una parte dei sotterranei fu adibita ad oratorio cristiano, mentre la città veniva effettivamente spostata.

Quel groviglio di corridoi sotterranei, quell’arena e la Porta Triumphalis non videro passare, però, per motivi cronologici, quello che forse è il più famoso gladiatore di tutti i tempi: Spartaco, che proprio da Capua guidò la celebre rivolta nel 73 a.C. verso Roma, che per due anni tenne a ferro e fuoco. Poco distante dall’anfiteatro sorge, in onore di Spartaco e della scuola gladiatoria ivi istituita nel 49 a.C. da Giulio Cesare, il Museo dei Gladiatori: supporti multimediali, pannelli, copie di armature rinvenute a Pompei, busti di divinità superstiti e tutti gli elementi decorativi dell’anfiteatro sopravvissuti conducono il visitatore fino all’ultima sala in cui ha luogo una rappresentazione meccanica di un combattimento.

Alcune informazioni sono state riprese da: www.beniculturali.it e www.santamariacapuavetere.it.

Le immagini sono state riprese dal sito www.santamariacapuavetere.it; l’immagine di copertina dal sito www.campaniateatrofestival.it.

Capua nasconde un altro gioiello. Scoprilo nel prossimo articolo!

© IL QUOTIDIANO ONLINE 2021 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Rosa Elefante

Studentessa non ancora esaurita, idealista non ancora disillusa, sognatrice non ancora sveglia. Curerà la rubrica “Sentieri, Storie e Territori”

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