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Conversazione con Amedeo Colella, il “professore” della napoletanità

«Quando diciamo che Napoli ha tanti problemi, ricordiamoci che questo significa anche tante soluzioni»

Amedeo Colella, autore

 

Volto locale e nazionale, conosciuto per la sua rubrica di Napoli Canale 21 ormai sempre più web e social, Amedeo Colella è, in un certo senso, il nuovo Luciano De Crescenzo

Tuttologo su diversi ambiti della sua città, nasce come ricercatore informatico alla Federico II di Napoli (Luciano fu ingegnere e poi divulgatore di filosofia e regista-attore-sceneggiatore), per poi avvicinarsi all’ambito umanistico, sempre con stretto legame partenopeo.

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Perché, come recita il titolo della sua rubrica televisiva, Nisciuno nasce ‘mparato, e lui s’è reinventato, a partire da una disciplina per abbracciarle tutte: il sapere è uno solo. 

D’altra parte, uno che si autocita come rettore pezzotto dell’Università Gennarino II di Napoli poteva mai essere, impiegando cotanta ironia, alieno rispetto ad una cultura a trecentosessanta gradi? 

Ti seguo da tempo, apprezzo il tocco leggero ed ironico con cui manifesti tutto il tuo amore per la città in cui sei nato e vivi. Di Napoli si dicono tante cose, ma qual è la Napoli di Amedeo Colella?

«Napoli è una città di una complessità inaudita. Religione è una delle parole chiave. San Gennaro è il santo protettore, ma in realtà ne ha 53 in totale. È stata fondata due volte, prima fu Partenope coi greci e poi Neapolis coi latini. È una città diversamente normale, cioè il concetto di normalità percepito da noi napoletani è sempre un po’ diverso da ciò che altrove è considerato normale. È una città stimolante, culturalmente attiva, ricca di eventi ogni giorno. Il napoletano non si ferma mai. Napoli è sempre stata grande città d’accoglienza ed integrazione, anzi, ha fatto dell’accoglienza l’arma segreta. La lingua napoletana, tutelata dall’UNESCO, è un melting pot di storie e culture».

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Soprattutto oggi dobbiamo ricordarci del valore dell’accoglienza. 

«Ma certamente, dici bene! Specialmente in questo periodo di guerra, se pensiamo solo per un attimo a quanto accade da anni tra Israele e Palestina. Ricordiamo anche che la cucina partenopea è tra le più ricche proprio perché abbiamo piatti spagnoli, francesi, greci, arabi, latini…

Abbiamo trasformato un problema, quello dell’essere sempre stati dominati nel corso dei millenni, in un’opportunità: oggi godiamo di una cultura davvero multiforme, perché non abbiamo mai respinto nessuno». 

Se Napoli è, in qualche modo, la capitale di una certa globalizzazione culturale, allora mi chiedo e ti chiedo: come mai esiste ancora questo pregiudizio su Napoli, che la porta a considerare come una città pericolosa? Perché ancora oggi nel 2023 c’è gente che ha paura di recarsi in questa splendida città, da tanti ritenuta la più bella del mondo?

«Purtroppo la storia recente parla, ci sono stati quartieri, oggi riqualificati, che agli stessi abitanti della città incutevano timore, come la Sanità, i Quartieri Spagnoli. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, abbiamo assistito ad un processo di trasformazione culturale ed economica, un vero e proprio riscatto che ha reso Napoli una delle mete più ambite per il turismo mondiale. Il turismo partenopeo è variegato, multiculturale. Forse oggi il problema è l’esatto contrario: si sta eccedendo, perché a Napoli il centro, fino a qualche anno fa, era ancora estremamente popolato, e il fatto che ci fossero molti napoletani faceva sì che ci fossero le attività artigianali, come il sarto, il riparatore di scarpe. Ma oggi, che anche a Napoli sta diventando capillare la diffusione di bed and breakfast, si sta svuotando sempre di più di napoletani il centro. Questo porterà piano piano alla sparizione di tutte le attività che avrebbero potuto sopravvivere solo se legate alla presenza di napoletani nel territorio. Il processo d’invasione turistica, dunque, a volte è positivo e a volte no».

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Quando è nata la tua rubrica di divulgazione culturale?

«Nisciuno nasce ‘mparato è nata tre anni fa, ha fatto già centoventi puntate e va in onda ogni domenica. Il web ha moltiplicato la diffusione e la popolarità di questi video, per cui oggi a Napoli sono una piccola star (ride). Valorizzo la lingua, la storia, l’arte, la cultura, e anche i proverbi. Ho realizzato un calendario a foglietti, cosicché ogni giorno stacco un foglietto e leggo il detto del giorno». 

I miti, le leggende, di cui pure Napoli pullula, sono un modo alternativo, quindi con la fantasia, per spiegare delle realtà o verità. I proverbi non sono forse la stessa cosa, ma con traduzione in poesia? 

«Mi piace questo parallelismo, anche perché il proverbio prova a sintetizzare in poche parole secoli di esperienze. Il grande Benedetto Croce diceva: La fiaba apre alla poesia e la leggenda apre alla Storia, ovvero i racconti, man mano che si ripetono, poi diventano Storia. Quando racconto le cose, spesso dico questa è certissima leggenda. Che vuol dire? Leggenda o certissima? La leggenda è così, ad un certo punto diventa Storia». 

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Da quando scrivi libri?

«Dal 2017, quando ho deciso di dedicarmi anima e corpo alle mie passioni, e quindi anche alla scrittura, all’editoria, al teatro. Trasformare una passione in lavoro è una delle più grandi fortune: è come non lavorare mai». 

Sei stato definito professore della napoletanità: insegni la tua città attraverso la sua lingua, che è la base per poter risalire ad un’identità urbana. 

«Certo, ma ovviamente non voglio fare il professore nel senso serio del termine, mi piace insegnare con lo scherzo, trattare anche gli argomenti più piccanti, non parlare in modo pesante di etimologia. Ad esempio, è bello conoscere che la parola uallera derivi dall’arabo, perché quel tipico pantalone indossato dai musulmani col cavallo basso fino alle ginocchia si chiama uallara, appunto. Si stima che siano circa 21 milioni le persone che comprendono il napoletano in tutto il mondo, anche grazie al potentissimo strumento di diffusione della canzone napoletana». 

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Qual è il tuo sogno nel cassetto?

«Sono arrivato tardi alla carriera artistica, dal momento che ho lavorato per trent’anni come ricercatore. Vorrei fare un film, ma non so se c’è ancora il tempo davanti a me. Speriamo di sì». 

Grazie Amedeo, perché da ospite della mia rubrica hai arricchito anche me della tua esperienza umana: mi sono sentito io l’ospite: con molto piacere!

«Grazie a te Christian!». 

Per saperne di più, clicca al link sulla conversazione:

https://www.facebook.com/ilquotidianoonline.eu/videos/611003154572507/?mibextid=YxdKMJ

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di Christian Liguori

Classe '97, storico dell'arte e docente laureato in Archeologia e Storia dell'Arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver pubblicato il libro “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Già conduttore web-televisivo e radiofonico, è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà le rubriche "Le conversazioni di Liguori" e “Il Cinema secondo Liguori”.

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Claustrofobico continuamente in tensione. Dal bianco e nero al colore, dal film nel film al lungometraggio stesso.

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