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Conversazione con Matteo Pavlica, musicista “psicologo della voce”

«Per intonare un suono proviamo ad ascoltarlo, non a cercarlo…»

Matteo Pavlica, musicista e tenore  

Sui social si chiama Matteo Regio, ma il suo cognome è Pavlica e ha da poco festeggiato il compleanno. 

Sul web è noto così, per ricordare a tutti la sua costante collaborazione con il Regio di Torino, per l’appunto, uno dei teatri lirici più famosi al mondo. 

Nato a Trieste ma ormai attivo da anni nella città sabauda, questo pianista, cantante, insegnante, tenore, vocal coach e musicista psicologo della voce si muove su una sorta di Autostrada A4, quella che collega il capoluogo del Friuli Venezia Giulia a quello del Piemonte.

Ebbene, punto di partenza sono le sue origini, punto di arrivo è la città in cui vive ora, ma tanti, tantissimi progetti gli riserverà il futuro, senza dimenticare un passato di studi in città come Stoccarda, dove ha frequentato il conservatorio, o di lavoro come Venezia (chiaramente al celeberrimo Teatro La Fenice). 

A partire dal 12 Maggio sarà di scena al Teatro Regio di Torino per La figlia del reggimento di quel genio che fu Gaetano Donizetti (tra i tenori, il grande Osborne, tra i migliori attualmente attivi).    

La tua città cosa ti ha dato?

«Trieste ha una grandissima storia musicale, anche perché ha avuto notevolissime influenze sia dai Balcani che dall’Austria. Ospita diversi teatri e varie sale da concerto, noi triestini abbiamo l’abitudine di frequentare questi ambienti sin da piccoli. In questa città si entra facilmente in contatto con la musica, per cui io che ho iniziato a cinque anni a suonare il pianoforte ne ho giovato in qualche modo».

Tuttavia, tu hai viaggiato molto, per passione e lavoro, che per te sono la stessa cosa.

«Trieste mi manca sempre, è costantemente nel mio cuore: più ci sto lontano, più l’apprezzo, paradossalmente. Ma noi musicisti abbiamo bisogno di studiare, lavorare a contatto con persone di culture diverse in luoghi sempre nuovi: è grazie a questo che posso dire di aver avuto una formazione di ampio respiro, a trecentosessanta gradi».

La Musica si muove nel solco di una dialettica: da un lato il suo linguaggio è universale, dall’altro è caratterizzato da una varietà incredibile di forme, diverse a seconda delle aree geografiche del pianeta. Come ce la spieghi questa cosa?

«Sì, basti pensare all’India che ha un sistema tonale completamente diverso dal nostro, per esempio. La Musica è un linguaggio che parla direttamente all’anima, poi ci sono delle convenzioni. Bach ha deciso da un momento all’altro che per poter continuare a suonare sarebbe stato opportuno adottare un linguaggio comune: nasce così il cosiddetto sistema temperato». 

Quindi qualsiasi cantante può diventare anche insegnante di canto?

«No, per insegnare è necessario avere una formazione specifica. Io non tollero quando certi insegnanti di canto dicono che per sostenere un suono la pancia vada spinta verso l’esterno: non è così. Ne ho sentite di ogni in quanto ad inesattezze sulla respirazione che occorre per imparare a cantare. Io che insegno canto posso innanzitutto affermare che il campo di studi sulla voce è molto vivo e ancora in progress. Il funzionamento dei muscoli ha smentito tante false credenze. Comunque, le persone stonate non hanno un problema di voce, ma di ascolto: le persone sorde, infatti, sono anche parzialmente mute. Mi è capitato di avere allievi che avessero problemi di intonazione, sebbene amassero cantare. Ecco perché tendo a lavorare sulla consapevolezza dell’ascolto: di se stessi e dell’ambiente».

CON RICCARDO MUTI

È bello constatare come l’evoluzione dei linguaggi artistici proceda di pari passo con quella scientifica. Quindi quando riesco a cantare bene una canzone piuttosto che un’altra significa che l’ho ascoltata meglio?

«Sicuramente quella che riesci a cantare meglio è più radicata nella tua mente, per cui ti riesce più facile riprodurla».

Dunque, possiamo farcela tutti a intonare bene?

«Quel che conta è fin dove puoi arrivare. Spesso gli allievi mi chiedono se potranno mai diventare cantanti, ma credo che nessun insegnante debba mai rispondere a una domanda del genere. Lo studio del canto è un percorso lungo, molto simile a quello di uno sportivo: prevede costanza, allenamento, dedizione, consapevolezza, ascolto… La voce è un muscolo, il nostro corpo è lo strumento, ma non è progettato per cantare lirica, bensì per arrampicare. È fatto esclusivamente per quello. La mia insegnante triestina diceva sempre che la voce è come una miniera: tu scavi e piano piano trovi un po’ d’oro. A quel punto continui a scavare e l’oro può esaurirsi poco dopo, o puoi scoprire che dietro si nasconde un giacimento straordinario. Ma questa cosa qui la puoi fare solo dopo che hai scavato. Scavare significa studiare, dedicare del tempo, e non ha a che fare con scavi interiori o psicologici. Ecco perché l’allievo bisogna invitarlo solo a studiare, confidando anche in una sua naturale propensione all’esibizionismo, poi tutto dipenderà dal filone d’oro che riuscirà a trovare, scavando scavando…».   

Tu che tipo di insegnante ti definiresti? 

«Sono una persona curiosa di natura. La mia insegnante s’accorse che io sentivo, per cui profetizzò che sarei diventato maestro di canto. La cosa fondamentale per un insegnante è la capacità di tradurre il suono che fa l’allievo e il movimento muscolare. Noi maestri dobbiamo studiare la voce a trecentosessanta gradi. È molto interessante anche tutta la parte psicologica attorno alla voce. Ferisce se ti dicono che hai una brutta voce. La voce cambia durante tutto l’arco dell’esistenza…». 

A proposito di tenori invece, tu lo sei: vogliamo dire come lo sei diventato e che i tenori non urlano?

«(Ride). Tenori non si diventa, ma si nasce. Chi ha la posizione del parlato un po’ alta è un tenore in potenza, ad esempio. Se avessi chiesto alla mia maestra di diventare un basso, mi avrebbe detto che sarebbe stato impossibile. Perché la voce definisce chi siamo, e non possiamo essere diversi». 

Qual è il tuo sogno nel cassetto? 

«Voglio aiutare le persone a far pace con la propria voce. Non deve accadere mai più a nessuno quel che successe a me una volta: m’invitarono a smettere di cantare, motivando che non avessi talento. Da quel momento in poi per me divenne una sfida». 

Grande Matteo, l’insegnante deve motivare, altrimenti sarebbe meglio se cambiasse mestiere, per non danneggiare nessuno. Continua così, sei proprio uno psicologo della voce

«Grazie Christian, quando i miei allievi hanno migliorato la propria voce hanno ripreso a sorridere. E questo ha portato anche me a sorridere…».

Grazie ancora all’artista per le foto personalmente forniteci.

Per saperne di più sulla conversazione, clicca al seguente link:

https://fb.watch/kqsjLsq-Id/

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di Christian Liguori

Classe '97, storico dell'arte e docente laureato in Archeologia e Storia dell'Arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver pubblicato il libro “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Già conduttore web-televisivo e radiofonico, è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà le rubriche "Le conversazioni di Liguori" e “Il Cinema secondo Liguori”.

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