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Conversazione con Enrico Vanzina: dalla scrittura alla regia passando per il cinema

«Il critico più galantuomo è il Tempo» – Enrico Vanzina, regista e sceneggiatore

Sceneggiatore, regista, produttore, scrittore, giornalista, figlio d’arte e l’ultimo di un Impero, il Cinema dei Vanzina. Dal padre Steno a Carlo, suo fratello, Enrico oggi festeggia il compleanno e per auguragli serenità e nuove ispirazioni, l’abbiamo intervistato ripercorrendone la carriera. 

Com’è iniziato il tuo rapporto con la settima arte?

«Risi, Scola, Germi, Zampa, Comencini… insomma mio padre conosceva i grandi registi del suo tempo e frequentava anche quelli che facevano un cinema completamente diverso dal suo, come Rosi, Antonioni e Fellini, perché il Cinema è uno solo sempre. Questo vale anche per i grandi attori di quel periodo, li ho conosciuti tutti anch’io. Il Cinema era vissuto come una professione, non era una cosa speciale, per cui le persone che lo facevano erano tutte amiche tra di loro e si volevano bene. All’inizio non ero così affascinato dal Cinema, perché ne vedevo anche i lati difficili. Ero, però, affascinato dalla scrittura e devo ringraziare anche mio padre per questo, il quale mi ha dato un’educazione molto leggera da un punto di vista di ironia e simpatia in casa, ma allo stesso tempo molto seria da un punto di vista culturale».

Steno e Totò

Quindi è per questo che poi hai fatto lo sceneggiatore, per questa passione per la scrittura?

«Sono partito in primo luogo con l’idea di fare lo scrittore e il giornalista, poi una volta laureatomi ho iniziato a fare l’aiuto-regista quando mio fratello, più fissato di me col cinema, già lo faceva per Mario Monicelli. Poi sono stato anch’io risucchiato dalla settima arte e ho lavorato in concertazione con mio fratello».

La firma era di Carlo per le pellicole che avete fatto ma si può dire che c’era anche la tua di fatto?

«Certo, il marchio “Fratelli Vanzina” voleva dire tante cose. Spesso se Carlo aveva da fare andavo a girare io e soprattutto del montaggio me ne occupavo io. Avevamo la stessa visione del Cinema io e mio fratello. Siamo diventati più famosi per le commedie, ma abbiamo fatto mélo, film storici, thriller… un po’ di tutto. A proposito di generi, il problema è che negli ultimi anni è passata una biforcazione sbagliata tra cinema d’autore e cinema popolare».

Io mi sono sempre battuto per affermare che il cinema è sempre autoriale, poiché c’è sempre un autore dietro che ha delle intenzioni e vuole comunicare un messaggio, a prescindere dalle modalità.

«Tra l’altro i capolavori annunciati non esistono. È sempre il tempo, la vita lunga di un film che stabilisce il suo valore. I grandi film d’autore, come “La dolce vita” che cito come il miglior film italiano di sempre, spesso erano anche molto popolari e hanno incassato tanto. “Il sorpasso” è una pellicola molto popolare, ma come fai a dire che non sia d’autore? Anche il nostro “Sapore di mare” è un film d’autore, nato solo all’apparenza come un film balneare ma in realtà intriso di una certa profondità».

Come mai, secondo te, voi Vanzina siete conosciuti più per le commedie che per altro genere di pellicole? Avete avuto forse più successo con quelle?

«In realtà non è così, poi dall’insuccesso impari molto più che dal successo. È alquanto riduttivo, comunque, pensare che la nostra carriera sia stata solo commedia. Il punto è che, per esempio, film come “Eccezzziunale… veramente”, “Sapore di mare” o “Vacanze di Natale” hanno avuto un impatto popolare tale da oscurare tutti gli altri».

Cosa ne pensi di una critica che vi ha spesso bistrattato?

«Io credo che noi abbiamo pagato il prezzo di aver avuto successo troppo giovani. Inoltre, esiste una parte ideologica della critica in Italia e noi non siamo comunisti. Lo stesso Pietro Germi che era socialdemocratico hanno cercato di ucciderlo».

Cosa pensi della commedia all’italiana? È giusto affermare che anche voi fratelli Vanzina l’abbiate fatta?

«Credo che se a scuola proiettassero con discussioni le commedie all’italiana gli studenti capirebbero molto di più cos’è il nostro Paese. La commedia all’italiana ti racconta l’Italia perfettamente, è il genere nazionale migliore in assoluto. Nelle nostre intenzioni siamo una costola della commedia all’italiana, ma con una differenza: i migliori attori della nostra generazione divennero tutti registi di sé stessi, cosicché ci siamo affidati a degli attori che non erano mattatori e che partivano un po’ più giù. Dunque, facevamo film corali per mettere insieme dei buoni lavori, dato che le commedie all’italiana puntavano su grandi nomi, sulle grandi interpretazioni di attori di spessore come Sordi e Tognazzi, di cui qualche giorno fa s’è celebrato il centesimo anniversario dalla nascita. Credo che l’ultimo vero film della commedia all’italiana sia stato “Il pranzo della Domenica” dei primi anni 2000, realizzato da noi. Questo perché il nostro punto di vista è sempre rimasto quello, ossia raccontare in maniera leggera e lieve lati sociologici, antropologici, politici della società italiana, e quindi le sue trasformazioni. Oggi si fanno in Italia molti film da festival o sulle periferie, sul degrado, ma la commedia spesso la fanno registi non simpatici, eppure dovrebbero essere spiritosi per girarne una. Io e il mio grande amico Carlo Verdone nel corso di una passeggiata a Villa Borghese a Roma ci siamo detti: “Che cosa abbiamo fatto noi? Abbiamo pedinato gli italiani, sempre con uno sguardo divertito e divertente”. Siamo tutti un po’ dei piccoli mostri come quelli della commedia all’italiana, per cui dovremmo guardarci anche con un po’ di sorriso».    

Ormai con la direzione tua di Lockdown all’italiana e Tre sorelle ti sei avviato alla regia: che effetto ti fa lavorare da solo in questo?

«Avendo mio padre e mio fratello in casa che facevano i registi, dal mondo della regia non sono mai rimasto affascinato. Ora Steno e Carlo non ci sono più, quindi ho dovuto “obtorto collo” dedicarmi anche alla regia, perché comunque va portato avanti lo stesso menù del “ristorante Vanzina”. Da una parte è anche divertente, ma lo faccio perché lo devo fare. Non è proprio il sogno della mia vita, ma lo faccio pensando sempre a come lo avrebbero fatto loro. Quando giro una scena mi chiedo sempre Carlo come l’avrebbe girata».

Che tenerezza, tanti auguri Enrico, ti auguro il meglio!

«Grazie di cuore, Christian».

Un estratto dell’intervista in una clip, mentre le foto ci sono state fornite da Enrico in persona, che ringraziamo sentitamente.

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2022 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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