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Conversazione con Sara Prossomariti, la guida turistica partenopea sempre più social

«Mi piace condividere con gli altri le cose che studio e che mi affascinano: credo che se tutti lo facessero sarebbe bellissimo»

Sara Prossomariti, guida turistica

Scrittrice di saggi storici per la Newton Compton e laureata in Archeologia e Storia antica, la guida turistica web influencer Sara Prossomariti alias Morosofi ama definirsi una specie di ibrido tra Troisi e Alberto Angela che immagina le visite guidate come un perfetto mix tra cultura ed ironia.

Quando hai cominciato a fare la guida turistica e cosa ti ha spinto ad intraprendere quest’attività?

«Ho incominciato a fare la guida turistica nel 2015. A dire il vero, all’inizio volevo fare l’archeologa, poi col tempo mi sono accorta che mi piaceva più spiegare e raccontare le cose, per cui ho cambiato percorso».

Cosa ti piace del tuo lavoro?

«Il mio lavoro ti porta ad avere a che fare con persone che vengono da tutto il mondo e ti insegna in primis che il concetto di normalità è decisamente sopravvalutato. Ogni popolo, ogni persona ha una sua normalità, dei suoi usi e dei suoi costumi e lo stesso vale per i popoli antichi di cui parlo ai turisti. Il diverso mi ha sempre affascinata, soprattutto mi affascina capire il perché del diverso e il mio mestiere mi permette di approfondire questo aspetto. Poi non è monotono, perché cambio spesso ufficio e così non mi annoio mai».

Credi che la tua attività di divulgazione culturale, che passa anche attraverso i social, sia una missione?

«Credo che siano pochi i mestieri da vivere come una missione, ma sicuramente mi piace usare i social come mezzo per raccontare. L’aspetto negativo della cosa è che ti becchi anche tutte le frustrazioni di molti che usano i social come valvola di sfogo. Ho notato in generale una certa aggressività nel modo di esprimersi. Eppure, se tutti fossero più educati, anche quando esprimono il loro dissenso, si potrebbe ottenere di più».

In un video hai invitato le persone che hanno pregiudizi su Napoli a stare a casa. Ci sarà mai una soluzione vera e propria per contrastare i luoghi comuni su questa martoriata e splendida città?

«Il problema dei pregiudizi non lo risolverai mai, perché è strettamente connesso con quello dell’ignoranza. C’è gente che va in certi posti nella convinzione di potersi sentire migliore. Ci sono paesi, non solo Napoli, che ancora oggi vengono visitati come fossero abitati da animali esotici anziché persone. Avere la capacità di entrare in un luogo nuovo e lasciare le proprie abitudini per comprendere quelle altrui, anche per poco, richiede una certa cultura».

A proposito di Napoli, l’incendio della Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto è stata un’altra occasione per certi sciacalli per parlare ancora male di questa città. Vogliamo dirlo che siamo di fronte a un’emergenza di mancanza di sensibilità artistica generale? Secondo te, come si può fermare?

«Anche io ho fatto un video a proposito dell’incendio della Venere e, dati i precedenti in zona con altre opere come i lupi, temevo si fosse trattato di vandali. Non è così, ma resta un problema che, come dici tu è generale, ma io occupandomi di Napoli parlo della mia città. C’è una sacca di sabotatori, inutile negarlo, che dice di amare la propria città, se la difende sui social e poi tra immondizia a terra, atti vandalici e simili sottopongono i napoletani sempre allo stesso martirio. Una mia collega ha lavorato alla ripulitura di un’iscrizione greca in centro storico. Era venuta benissimo. Tempo una settimana era di nuovo imbrattata. Se non accettiamo l’esistenza del problema non possiamo affrontarlo. Napoli è migliorata tantissimo, a mio avviso, ma resta questa manica di fetienti che fa ancora danni».

Ti piacerebbe parlare di Napoli anche in televisione? Qual è il tuo sguardo sulla tua città?

«Per me parlare di Napoli è sempre difficile. C’è chi si aspetta i luoghi comuni da me, chi vuole che la difenda sempre e comunque. Per me parlare di Napoli è come parlare di me. Ne sono orgogliosa, ma so che ha dei difetti e non voglio nasconderli. Niente è perfetto e se lo fosse sarebbe anche noioso. Per cui io, piaccia o meno, Napoli la descriverò sempre come una città dai mille colori, incluso il tristissimo nero».

Parlami un po’ delle tue pubblicazioni.

«Per quanto riguarda i miei libri ho cominciato con la Newton a 27 anni come consulente per un romanzo storico e poi sono diventata saggista. Mi occupo prevalentemente della Roma imperiale, ma non solo. Ho scritto ad oggi nove libri, uno anche su Napoli, e sto lavorando al decimo. Non è un momento facile per i libri in generale, stanno passando un po’ di moda e probabilmente un giorno spariranno, ma io li amo ancora tantissimo, per cui sono felice di usarli ancora come mezzo di comunicazione».

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

«Il mio sogno nel cassetto è potermene andare in giro per il mondo e studiare tutte le culture e tutte le cucine che esistono, ma credo di averlo in comune con tanti. Sono curiosa di natura, per cui mi basta comunque poter continuare a studiare e imparare cose nuove e già mi sento felice».

Hai ragione, se tutti lavorassero con passione come te sarebbe bellissimo, anzi aggiungo: se tutti fossero come te, sarebbe un mondo migliore … Grazie Sara!

«Grazie a te Christian!».

Le foto sono state estrapolate dai suoi social.


© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2023 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, storico dell'arte e docente laureato in Archeologia e Storia dell'Arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver pubblicato il libro “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Già conduttore web-televisivo e radiofonico, è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà le rubriche "Le conversazioni di Liguori" e “Il Cinema secondo Liguori”.

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