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Conversazione con Pietro De Silva, una garanzia di verità artistica ancora fiduciosa del potere attoriale dell’incanto

«Compito dell’attore è incantare il pubblico in maniera ipnotica, così da trasportarlo nella storia dopo avergliela fatta credere»

Pietro De Silva, attore, regista e commediografo 

Attore, commediografo e regista, Pietro De Silva è una garanzia nel panorama dello spettacolo italiano contemporaneo, dalla formazione ricca di riferimenti e dalla filmografia piena di titoli. 

Tra palcoscenico, settima arte e televisione, rivestendo ruoli comici o drammatici, può vantarsi di aver lavorato con registi del calibro di Benigni (La vita è bella), Fellini (E la nave va), Citti (Il minestrone), Castellitto (Non ti muovere), Risi

Molto legato alla lettura e alla scrittura, sostiene che qualsiasi personaggio per essere ben interpretato debba essere prima letto.   

Intanto, continua a lavorare a numerosi progetti, ultimo dei quali il film di Massimiliano Bruno, I migliori giorni, o La macchina delle immagini di Alfredo C., una terribile storia di un operatore cinematografico al servizio del regime fascista di Mussolini e di quello comunista di Tito (Nastro d’Argento a Venezia, miglior docu-fiction del 2022 e regia di Roland Sejko).  

Io ti adoro per la simpatica schiettezza che ti contraddistingue sempre, in scena o fuori, anche sui social. A proposito di Verità, quanto è importante metterla in scena?

«Io penso che la Verità della vita reale trasportata nel nostro lavoro artistico sia una sfida: sembro un ragazzino di quindici anni, ma ne ho tanti (ride), e nel corso degli anni ho cercato di essere sempre il più verosimile possibile, perché la vera grande sfida è quella di essere più veri della vita reale. È così che incanti il pubblico, ma per far ciò devi essere di una spontaneità disarmante, soprattutto dietro la macchina da presa. La gente che esagera, sia nel teatro che nel cinema, è fastidiosa. Se pensi la battuta che devi recitare, non viene bene. I grandi comici, ad esempio, recitavano senza pensarci, perché il pubblico non deve immaginare che tu stia per interpretare una battuta comica». 

Dunque, per essere grandi comici bisogna essere bravi improvvisatori?

«No, anzi, è opportuno far credere che stai improvvisando, quando in realtà stai recitando: è questo il difficile artificio».

Il tuo primo ruolo è stato a teatro o al cinema?

«Correva l’anno 1974, ero su un palcoscenico e avevo diciannove anni». 

A proposito sempre di Verità, coraggiosamente ti sei sbottonato su un mostro sacro del Teatro come Carmelo Bene, ritenendolo poco all’altezza della verità naturalistica a cui l’arte del palcoscenico dovrebbe tendere.

«È considerato un genio assoluto del Teatro. Teatralmente parlando, era dotato di una cultura immensa, una grande ironia, poi come regista faceva allestimenti pazzeschi. Le mie critiche non sono fatte con acredine o livore. Per me Bene, che si sentiva al centro di tutto a causa del suo ego spropositato, recitava in maniera finta e ostentata, portava all’estremo la vocalità. La sua intenzione era quella di stravolgere tutto, di scomporre la banalità della naturalezza. Il suo era un teatro elitario ed estremamente provocatorio. Avevano quasi paura a contraddirlo, perché riteneva che se il pubblico non l’avesse compreso, sarebbe stata colpa del pubblico stesso. S’incazzava se le persone in platea rumoreggiavano. Però, credo che se il pubblico si distrae in platea sia colpa dell’attore, incapace in quel momento di incantare. Comunque, non si può prescindere dalla Realtà se si vuole rappresentare la Verità, ma poi la Realtà la deve assolutamente inseguire».

Quest’ultimo aspetto, secondo te, il regista per antonomasia dei sogni come Federico Fellini l’aveva capito?

«Fellini era magia pura, come un grande libro di favole. Ricordo che sul set di E la nave va stavamo su una piattaforma simile a pompe idrauliche al Teatro Cinque di Cinecittà. Sembrava davvero di stare su una nave e il mare veniva interpretato da un gigantesco tappeto di cellofan azzurro. Il cielo con le nuvole era costituito dalle pareti del teatro stesso. Quando mi affacciavo sui ponti della nave artificiosa, mi sembrava di stare in mare aperto: pensa te che magia, il regista aveva ricostruito una nave in studio. Sembrava di stare in un sogno!». 

Un altro mito tuo è Giorgio Gaber, cantante oltre che attore.

«Le sue canzoni sono meravigliose quanto il modo che aveva di porsi. Bastava solo lui per incantare…».

Quali attori italiani del cinema contemporaneo preferisci?

«Tanti dai nomi, purtroppo, ancora poco noti. Cito alcuni che sono riusciti per loro fortuna e bravura ad imporsi: Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Edoardo Leo. Nel passato, poi, abbiamo avuto dei geni come attori e registi. Pensa che Tarantino guarda molto a Corbucci, vecchia guardia nostrana. C’ho lavorato con lui. Il cinema italiano continua a fare scuola in tutto il mondo: gli americani ne sono riconoscenti». 

Qual è il tuo sogno nel cassetto? 

«Entrare nei miei sogni è come entrare in un film di Freddy Krueger(ride), genio dell’horror cinematografico. Sogno di lavorare solo in progetti di qualità, perché la quantità non m’interessa».

Oggi il Cinema può continuare a far sognare lo spettatore? Se sì, in che modo?

«Il Cinema ha avuto una mazzata terribile durante la pandemia e ho temuto seriamente che con l’avvio delle piattaforme stesse morendo. Invece, adesso pare che sia le sale teatrali sia quelle cinematografiche si stiano riempiendo di nuovo. Il Cinema non deve morire, ma se dovesse accadere sarà un grande lutto, perché è un’invenzione che qualcuno credeva potesse finire subito non appena iniziò, e invece continua a durare da più di cent’anni…».  

Pietro, grazie: della conversazione e di averci fatto sognare anche tu con spunti numerosi, arricchendoci! 

«Grazie a te Christian, sinceramente». 

Ringraziamo ancora l’artista per le foto concesseci personalmente.

Per saperne di più, clicca ai link sulla conversazione:

https://fb.watch/jP_z58yrpy/

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2023 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, storico dell'arte e docente laureato in Archeologia e Storia dell'Arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver pubblicato il libro “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Già conduttore web-televisivo e radiofonico, è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà le rubriche "Le conversazioni di Liguori" e “Il Cinema secondo Liguori”.

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