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“Le comiche di Sapò”: Fantozzi 2000 in un’Italia al capolinea

Domani 3 Maggio in Via Mazzini 44 a Torino alle ore 18 si terrà la presentazione di un divertente e spassoso romanzo appena pubblicato dalla casa editrice La Caravella.

Niente male per un esordiente (si fa per dire il termine, evocativamente ironico, in realtà ascrivibile alla motivazione per la quale questo è il suo primo libro, irriverente affresco della contemporaneità del BelPaese) rinnovare l’epopea fantozziana, incanalandola nel Nuovo Millennio, con sprazzi di sguardi nostalgici che guardano al passato. 


Ebbene, sin dal programmatico titolo che ricorda la saga parentiana fumettistico-cinematografica delle comiche con Pozzetto e l’eroe di riferimento Villaggio (qui impegnato a non togliersi di dosso la sua fortunata e storica creatura del noto ragioniere), il giovane autore torinese Daniele Isabella scrive Le comiche di Sapò (2023) pensando al mitico Ugo, tra avvenimenti, aneddoti, personaggi e stile.

È incredibile come si riesca a cogliere, leggendo il libro ad alta voce, l’atmosfera che aleggia durante la visione delle fortunate pellicole o nelle pagine di successo da cui è scaturito tutto il percorso cinematografico di quella maschera. 


Insomma, pare quasi di sentire la voce di Villaggio, ma senza imitazione e con grande artificio creativo: perché Isabella fa Isabella e ambienta le innumerevoli storie in una Torino che sembra essere il capolinea del mondo, punto di congiunzione di culture, etnie e luoghi diversi, in un accostamento talvolta insolito ove predomina, comunque, l’italiano medio caro alla tradizione comica all’italiana.

Soltanto che stavolta Fantozzi, voce universale e italiana definito da qualcuno addirittura maschera del Novecento, non può essere Sapò: o meglio, non soltanto lui. Coerentemente con la recente dichiarazione dell’autore di una visione tragica della vita, il romanzo-collage di storie e storielle fa emergere un’attualità ed una società sempre più lacerate da stereotipi ricercati, superficialità, consumismo, materialismo, ipocrisie, contraddizioni, bullistiche crudeltà, green poco pulito e politicamente corretto, che non si può fare a meno di ridere non esclusivamente di un protagonista buffo e goffo, poiché non si salva nessuno, da questa comica e tragica visione esistenziale di un’Italia, effettivamente e come pure qui s’evince, al capolinea, o quasi…


La scelta nella seconda parte del racconto di dar voce a Sapò in prima persona è geniale e in linea con la missione narrativa: narratore e personaggio coincidono, per comunicazione, stile, scrittura e altre simili affinità, anche Isabella pare sentirsi vittima (o carnefice?) dello sbando del Nuovo Millennio, perché ci riguarda tutti. 


Un ottimo modo per comunicarlo è dare un calcio al politicamente corretto, sfondando quest’assurda porta che è tra le principali responsabili dell’asfissiante chiusura che ha fatto ammalare tutto e tutti: è così che l’autore scrive in politicamente scorretto, tutto (o quasi).


Infatti, la satira sferzante in certe occasioni abbassa il colpo, laddove magari avrebbe potuto osare un tantino in più, magari evitando di cedere alla didascalicità (anche se accade solo in un istante) o tentando di non smarrire la costanza in quanto a capacità di divertimento nella seconda parte (sebbene siano più esilaranti le storie della prima, nella seconda solo ogni tanto si perde quel ritmo). 


Il surreale che aleggia in quasi ogni momento omaggia Fellini nel capitolo sulla bambola gonfiabile (sulla spiaggia pare di rivivere la sequenza finale de La dolce vita con eguali brividi d’intensità), ma in due occasioni si perde in fuori luogo di troppo, nell’ambito di intermezzi testuali che si rivelano il più delle volte efficaci (commovente, ma non il solo momento toccante, il ricordo di un anziano vittima di cyberbullismo). 


In un libro quasi totalmente e straordinariamente cinematografico per come evoca le cose, non poteva non mancare anche un rimando al sordiano Io e Caterina, una chicca dimenticata del nostro cinema italiano (sempre nella parte della bambola), con tanto di revival all’insegna dell’odierna ossessione per l’intelligenza artificiale (Sordi guardava già in avanti…). 


Il finale, compreso in due capitoli di cui l’ultimo è ciclico, è un’allegoria dolceamara della vita, quasi un manifesto di quella lotta di hobbesiana memoria denominata homo homini lupus, ove persino le parole si rincorrono per gareggiare su quale faccia ridere di più, con una scorrevolezza ed una leggerezza che è solo l’anticamera per guardarsi meglio dentro e meditare.

Perché, se Fantozzi era e sarà sempre parte di tutti noi, Sapò siamo noi, nessuno escluso: nemmeno gli altri personaggi di quest’opera letteraria e cinematografica insieme, tutti anti-eroi. Ridere è liberatorio, a volte può essere tragico, come in una delle storie in cui un tale era scoppiato in una crisi a crepapelle, poiché forse ne aveva piene le palle.

Isabella, riprendendo qui un topos secolare, ci restituisce ne Le comiche di Sapò una bella lezione d’amaro comico, alla base della sua visione (comicamente e pessimisticamente) tragica della vita. 

VALUTAZIONE: 8/10 

Foto di Christian Liguori e Daniele Isabella.

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2023 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, storico dell'arte e docente laureato in Archeologia e Storia dell'Arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver pubblicato il libro “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Già conduttore web-televisivo e radiofonico, è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà le rubriche "Le conversazioni di Liguori" e “Il Cinema secondo Liguori”.

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