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Conversazione con Stefano Ambrogi, il gigante buono del teatro e del cinema italiani

«Anche nella coattaggine, cerco di essere sempre buono, simpatico. Irriverente sì, ma mai offensivo!»

Stefano Ambrogi, attore di teatro e cinema

Attore teatrale e cinematografico, caratterista comico e interprete drammatico di spessore sui palcoscenici d’Italia, Stefano Ambrogi è il gigante buono del mondo dello spettacolo nazionale. Uomo dai grandi incontri, che ha lavorato con attori come Massimo Popolizio e Arnoldo Foà, ha spesso interpretato ruoli di burberi (su tutti, al cinema, il popolarissimo cozzaro nero di Febbre da cavallo 2), ma in fondo, nella vita di tutti i giorni, è dotato di un cuore tenero.

Già da bambino sentivi la necessità di interpretare dei ruoli?  

«Faccio teatro professionalmente ‘per colpa’ di una donna di cui mi sono innamorato. Lei faceva l’attrice e ho seguito i suoi passi. Così, ho finito pure per innamorarmi della professione che svolgeva, della recitazione. Inoltre, devo ammettere che da bambino ero anche simpatico, ero quello che faceva ridere raccontando barzellette. Ho sempre avuto un carattere estroverso, ma non avrei mai immaginato di fare l’attore per professione. Ho avuto la fortuna di fare incontri con grandissimi attori».

A cosa stai lavorando attualmente in teatro e nel mondo del cinema?

«Ho da poco finito di prendere parte alla serie di successo Vita da Carlo, tant’è che ci sarà a breve la seconda stagione. Tra poco farò un film con Claudia Gerini. Domani debutto al Teatro Tor Bella Monaca di Roma in uno spettacolo bellissimo dal titolo Amara, per la regia e la scrittura di David Mastinu, prodotto dalla Golia srl, con Nadia Rinaldi, Martina Zuccarello, Germana Cifani e Michele Capuano. Raccontiamo uno spaccato di vita della Roma dei primi anni Cinquanta del secolo scorso, in un contesto di degrado e povertà assoluta. Raccontiamo la vita di baraccati, c’è un’atmosfera di dolore e cattiveria. Io interpreto un personaggio schifoso, più brutto, più sporco e più cattivo del Nino Manfredi di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola. L’autore e regista, sebbene sia giovanissimo, è stato in grado di cogliere le sfumature giuste ed azzeccate di quegli anni. Invito tutti a vedere questo spettacolo nella capitale: è dal 20 al 24 Aprile!».

Stefano Ambrogi e Gigi Proietti

Com’è cambiato il rapporto di denuncia relativo al mondo della periferia romana da ieri ad oggi, anche alla luce del lavoro che andrà in scena a partire da domani?

«Secondo me le problematiche sono sempre le stesse, anche perché parliamo sempre di gente che non ha lavoro. Può cambiare forse un po’ il linguaggio, in ogni caso il nostro a teatro è molto crudo. Raccontiamo una Roma Anni Cinquanta di gente che a malapena aveva fatto le elementari, che si esprimeva in maniera rozza e mai edulcorata. Per quanto riguarda, invece, il cinema italiano, il rapporto è cambiato perché sono cambiati gli sceneggiatori. Un tempo avevamo Age e Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico, grandi autori che venivano dal Neorealismo. Era il periodo dei fasti del cinema italiano. Oggi gli attori non vengono più presi dalla strada e c’è sicuramente molta più professionalità nell’organizzazione, siamo molto più preparati, abbiamo in Italia oggi delle maestranze che sono delle eccellenze a livello mondiale».

Tra i grandi interpreti del cinema italiano che hai conosciuto, parlami di Gigi Proietti.

«Lo conobbi in occasione di un provino teatrale. Mi scelse, e da quel momento entrai nelle sue grazie. Da quell’istante mi mise letteralmente sotto la sua ala protettiva. Siamo diventati amici, oltre che colleghi. È stato per me un insegnante, un maestro da un punto di vista artistico, ma anche un uomo di estrema delicatezza e gentilezza. Non ho mai visto Gigi Proietti arrabbiarsi o alzare la voce con un attore, a differenza di tanti registi che cercano di imporre il proprio ego sopraffando gli attori o strillando contro di loro. Gigi aveva una tecnica spaventosa, una mimica pazzesca, era sempre cortese, sempre elegante…».

Qual è la maggiore eredità che ti ha donato?

«Con Gigi ho imparato a respirare. Mi ha insegnato a respirare l’aria del teatro, la polvere delle tavole del palcoscenico».

Ho sempre notato una somiglianza fisica ed artistica tra te e il grande attore e caratterista romano Mario Brega. Ti riconosci in lui?

«L’ho amato tantissimo. Il mio amico Carlo Verdone mi dice che non solo gli ricordo lui, ma che addirittura vede in me qualcosa in più. Tuttavia, devo dire che per me Mario Brega rimane Mario Brega, ha lasciato dei pilastri nella commedia all’italiana e nella comicità nazionale».

A proposito di Mario Brega, mi vengono in mente certe dichiarazioni di critici su una romanità popolare oggi scomparsa, al cinema come nella vita. Però, tu secondo me sei un esempio lampante di come questa romanità genuina non sia morta del tutto.

«Amo la mia città, amo Roma. Roma e la romanità hanno tante cose meravigliose, ma anche certi difetti. Tuttavia, io cerco, perlomeno nel mio piccolo, di portare in scena, che sia a teatro o al cinema, la sana romanità, non certo quella volgare, cattiva o becera».

Che consiglio dai a quei giovani che vogliano intraprendere la carriera teatrale o cinematografica?

«Me lo chiedono sempre, e dico sempre la stessa cosa: nulla è da dare per caso, e se si ha il fuoco dentro, il solo talento purtroppo non basta. È necessario e fondamentale, ma bisogna studiare, studiare, applicarsi, leggere testi classici o moderni. Va affinata la tecnica, arricchita con cose che possono apparire banali, ma non lo sono, ovvero la dizione, la mimica. Nessuno nasce imparato. Gigi diceva sempre: “Siate credibili!”».

Grazie Stefano, in bocca al lupo per tutto!

«Viva il lupo e viva il Teatro. Andate a teatro, la gente deve tornare a teatro. Stiamo ripartendo, anche se a fatica. La gente deve ritrovare il gusto e la voglia di riempire nuovamente le sale teatrali. Vi aspettiamo!».

Le fotografie sono state estrapolate dal profilo Facebook dell’attore e l’intervista è disponibile integrale ai seguenti link:

https://fb.watch/co2VBu1hBK/

https://youtu.be/udC_C3Alpe4

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2022 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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