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Conversazione con Davide Van De Sfroos, l’artista musicale del Lago di Como che “ha preso una casa a sud”

“Vivere dentro canzoni già pronte, e quindi nella natura, ti fa diventare un osservatore, per trasmettere sensazioni che si teme possano andar perdute per sempre…”

-Davide Van De Sfroos, cantautore e musicista  

Molto attivo attualmente per concerti in Italia e in Svizzera, Davide Bernasconi alias Davide Van De Sfroos è cantante di borghi e natura selvaggia da una vita, alla ricerca dell’essenza di un luogo e della semplicità delle piccole cose. 

Oltre che cantante, è cantautore sia in italiano sia in dialetto comasco. Questa è una spia del suo amore per le lingue, per i loro suoni, soprattutto quando si tratta di minoranze.  

Ha condotto sulla Rai Il Mythonauta, una docufiction per parlare di miti e leggende. 

Sin da quando ti accompagna l’affascinante mondo della musica?

«Sin da bambino. Sono nato negli anni Sessanta, epoca di grandi colonne sonore, dei juke-box. Io ero molto timido e non amavo cantare in pubblico. Mi incoraggiavano dicendo che un giorno mi avrebbero visto tutti a Sanremo e per me sembrava impossibile (ride). Poi, però, è successo col tempo».

Quindi su un palco non ci saresti neppure lontanamente salito.

«Assolutamente no, una volta mi chiamarono a dire un numero della lotteria ed ebbi dissenteria per giorni da stress. Poi, però, col tempo è come se fossi stato catturato da una luce di una sorta di trance sciamanica».

Raccontami un po’ com’è nata una delle tue canzoni più celebri: Tramonto a sud.

«In quel periodo giravo molto al sud, appunto, tra Puglia, Basilicata e Campania. Restai estasiato dai tramonti molto lunghi che vedevo, e che qui da me non si scorgono, a causa delle montagne tutt’intorno abbastanza elevate. Era una canzone già scritta, non c’era bisogno di aggiungere altro alle cose meravigliose che vidi. La terra rossa di Puglia è qualcosa di western e questa canzone è una foto continua. È il sud vero questo, non è una macchietta, non è lo stereotipo. La canzone fa riferimento ad un certo punto ad una nostalgia che si muove e ha preso una casa a sud: ho sentito davvero la nostalgia del meridione, perché è entrato in me davvero pesantemente, tant’è che il mio animo pare essersi meridionalizzato. Il mio amico e collega Eugenio Bennato mi ha detto che evidentemente ho qualcosa del Sud Italia nel sangue, nel mio albero genealogico. Dovrei fare qualche ricerca, ma la verità è che deriviamo da una mistura continua di vite. Chissà da dove siamo arrivati…».

Cosa noti di meraviglioso ed ancestrale nei tuoi viaggi, e soprattutto nelle piccole realtà?

«A me interessa raccontare sul palco, mentre canto, mentre suono, delle storie vere. Vivere le cose in maniera ancestrale vuol dire anche attraversare gli ampi sterrati deserti del sud, ad esempio, con in mezzo una sola persona. In quel vuoto c’è tutto, c’è una presenza talmente forte della terra e dello spirito di quel luogo che riempie totalmente, portandoti a percepire il mito di quel luogo».

Come riesci a cogliere lo spirito di un luogo?

«Credo sia un fatto fisiologico. È un fatto di essenza comunque, e non di apparenza. Col passare del tempo frequento sempre di più eremi, fiumi, insomma luoghi che mi consentano di avere un contatto diretto con lo spirito del territorio, del mondo».

Cosa credi ci sia da imparare dai miti ancora oggi? C’è una verità in questi racconti?

«Se ci sediamo sul nostro trono un po’ arrogante, perché oggi ci sentiamo un po’ scientifici e un po’ analitici nei confronti di tutto, tendiamo a screditare il mito. Invece, il mito esiste, perché ovunque ti giri hai a che fare con cose che arrivano dal mito o dalla leggenda. Non puoi dire che non esistono Odino o Giove, perché ormai queste cose esistono in quanto leggendarie. Quando un viaggiatore si reca in un castello, ad esempio, è giusto che provi la sua sensazione mitica. È stata tramandata nei secoli quest’energia, ed è giusto che sia rivissuta, anche se poi è stata spazzata via da qualcuno. Come si fa a dire che Maradona non sia stato un mito? È stato senz’altro un uomo, pieno di capacità e debolezze. Ma Maradona ha fatto cose per cui è diventato mitologico. E il mito non lo puoi più toccare, perché se un bambino fa tre palleggi di fila senza far cadere il pallone a terra viene chiamato ‘Piccolo Maradona’. È leggenda!».

Anche molte tue canzoni sono iconiche ormai, perché riecheggiano miti ancestrali mai morti, anzi rinati. Cosa vuoi dire ai giovani che intendano percorrere la tua stessa strada tra le note?  

«Se la musica è importante per voi, siate importanti anche voi per la musica. Ossia: datele quello che siete realmente, non sfruttatela come mezzo per ottenere qualcosa. Il successo può passare, ma la passione, se c’è, rimane. Con la musica non saremo mai soli, persino Beethoven che era sordo ce l’aveva dentro».

Grazie Davide per le tue perle di saggezza spiegate con semplicità e amore. In bocca al lupo per tutti i tuoi prossimi viaggi e concerti!

«Grazie mille Christian e viva il lupo!».

 

Grazie all’artista per averci fornito le fotografie tramite i suoi social. Clicca al link per saperne di più sulla conversazione:

https://fb.watch/d_U5q8gPH7/

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2022 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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