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Sette opere di Misericordia: il sacro nel popolo

Incanto, teatralità e povertà immortalati in una delle tele più belle di Caravaggio. Allora, come oggi, una pala per rappresentare l’operato dell’Istituto che conserva il dipinto, il Pio Monte della Misericordia

Una delle tre tele napoletane del Caravaggio, assieme alla Flagellazione di Capodimonte e Il Martirio di Sant’Orsola del Palazzo Zevallos. Intitolata in un primo momento Santa Maria della Misericordia, venne realizzata nel 1607 per l’Istituto del Pio Monte della Misericordia. Questo nacque nel 1602 da sette nobili napoletani laici, con l’intento di assistere i più bisognosi dell’Ospedale degli Incurabili attraverso opere caritatevoli.

La tela di Caravaggio per l’appunto raffigura le sette opere di misericordia corporali.

Sette Opere di Misericordia, Caravaggio

Inscenate con una certa teatralità in un qualunque quartiere napoletano, le figure, quasi a mo’ di cerchio così si distribuiscono: in senso orario, infatti, seguono le opere dare da mangiare agli affamati  e visitare i carcerati, entrambe interpretate dalla figura classica di Pero, che allatta il padre Cimone incarcerato, condannato a morire di fame; seguono vestire gli ignudivisitare gli infermi, interpretate da un uomo con un mantello e un cappello piumato, San Martino di Tours che, conformemente alla leggenda è qui rappresentato che dona parte del suo mantello all’uomo in terra raffigurato di spalle, con una schiena sgraziata, bianca e scheletrica in primo piano;  segue poi ospitare i pellegrini, nella figura di San Giacomo, pellegrino per eccellenza accolto dall’oste rappresentato di fronte; ancora, dare da bere agli assetati, opera interpretata da Sansone che beve dalla mascella di un asino; infine, chiude il cerchio l’opera seppellire i morti, con la figura di un corpo disteso di cui si intravedono solo i piedi, benedetto da un sacerdote. Tutto sembra stagliarsi attorno alla fiammella della torcia del sacerdote, unico punto di luce, che sembra in qualche modo accendere il dipinto: è innegabile la soggezione che la torcia suscita nello spettatore, che si trova catapultato in un quartiere affollato, e accompagnato dipoi nello sguardo che si posa sul gruppo di attori che sembrano prendere voce uno alla volta.

Cimone e Pero

Al di sopra del dipinto, la Vergine con il bambino e i due angeli. Le due parti del quadro sembrano tra loro dialogare, quasi l’una dipendente dall’altra, nel sottolineare il messaggio cristiano e simbolico. In effetti, le opere di misericordia, già note a partire dal Basso Medioevo nell’iconografia cristiana, riprendono il passo evangelico di Matteo nel racconto del Giudizio Universale: Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?  Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?  Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me“.

Madonna con bambino e i due angeli

Tuttavia, contrariamente al racconto dell’apostolo, nel dipinto non c’è l’immagine del Cristo Redentore ma della Vergine, probabilmente nel sottolineare la destinazione dell’opera: la pala nasce, infatti, ab origine come pala d’altare della chiesetta/oratorio del Pio Monte della Misericordia, intitolata a Nostra Signora della Misericordia, la cui evoluzione della fabbrica è stata studiata e ricostruita brillantemente da Loredana Gazzara, conservatore della Quadreria dell’Istituto.

Nonostante questa modifica, lo storico dell’arte Vincenzo Pacelli sottolinea come le opere prima di essere per grazia divina siano rappresentate in verità in grazia divina: prima ancora della finalità del raggiungimento della pace eterna, esse sono frutto dell’ispirazione divina grazie alla devozione, come lo avevano avuta i sette governatori d’altronde.

Ancora oggi, come allora, Il Pio Monte della Misericordia è amministrato da sette governatori e si impegna per i più bisognosi. Le Sette Opere di Misericordia di Caravaggio hanno segnato e accompagnato la storia e lo sviluppo dell’Istituto: oggi come ieri, in effetti, il dipinto funge da manifesto e da simbolo del Pio Monte in sé.

La tela venne pagata ben 400 ducati, circa sedici volte uno stipendio medio annuo di allora.

Le carte del 1613 attestano che fin da subito si decise di non vendere il dipinto in alcun modo. Inoltre, solo in primo momento si stabilì che esso potesse essere replicato solo dai più importanti pittori in città del tempo: Carlo Sellitto, Fabrizio Santafede e Battistello Caracciolo, disposizioni che mutarono successivamente forse nel rischio di un’eccessiva richiesta.

Le sette opere di Misericordia incantano e ci lasciano mozzafiato ogni volta, proprio perché rispondono bene all’intento caravaggesco di amalgamare il sacro al profano, o per meglio dire, ritrovare il divino nella quotidianità. Ancora di più, allora, comprendiamo il senso del riferimento al Vangelo di Matteo: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me“.

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di Rosaria Esposito

Classe '96, diplomata al liceo classico "Cneo Nevio" di Santa Maria Capua Vetere (CE) e laureata in “Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. A metà tra un approccio storico-artistico ed uno economico-gestionale, costruisce una figura professionale capace di muoversi nei campi della cultura, conservazione e valorizzazione del patrimonio. Dà un respiro internazionale al suo profilo studiando a Lille, tra il 2017 e il 2018, attraverso al Programma Erasmus+. L’esperienza di tirocinio extracurriculare presso il “Pio Monte della Misericordia” a Napoli la spinge ad iscriversi, nel 2019, al corso di laurea magistrale in “Archeologia e Storia dell’Arte”. Tuttavia, non abbandona il suo interesse verso la valorizzazione e la gestione: grazie all’associazione “Napulitanata”, studia da vicino dinamiche interne volte alla promozione culturale territoriale e la programmazione degli eventi che da sempre l’affascinano. Ambiziosa e curiosa è una grande amante dei libri e dei viaggi. Per lei la lettura ha un grande valore culturale: leggere significa avere sete di conoscenza, essere aperti al mondo e non essere mai stanchi di stupirsi. Curerà la rubrica “Pillole d’Arte”

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Un commento

  1. Fantastico! Testo molto esaustivo che fa rivivere l’opera in tutta la sua magnificenza. Brava Rosaria Esposito!

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