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Essere una Cariatide: tra fierezza, indifferenza e staticità

In cima all’Acropoli, testimonianza tangibile del passato illustre dell’Antica Grecia e della città di Atene, si erge il tempio sacro dell’Eretteo, caratterizzato da una loggetta sorretta da splendide figure femminili: le Cariatidi.

Varie sono le ipotesi e le fonti dalle quali possiamo attingere informazioni riguardo queste donne.

Secondo Vitruvio, famoso scrittore romano e padre dell’architettura, il nome “Cariatide” significherebbe “donna di Karya”. Le donne di questa città del Peloponneso furono rese schiave, pur mantenendo i loro attributi matronali, dopo la sconfitta e la distruzione della loro patria, come punizione per l’appoggio fornito ai Persiani.

In seguito, gli architetti greci le raffigurarono come sorreggenti il peso dell’edificio, per tramandare il ricordo dell’evento.

Un’altra ipotesi è che queste donne fossero le figlie del re Kepros veglianti sulla tomba paterna.

A colpire in queste sculture è la bellezza e la fierezza espressa nei loro volti: statiche ed indifferenti nel viso e nella posa, nel lessico colloquiale viene indicata come “Cariatide” una persona noncurante e silenziosa. Inoltre, la predisposizione all’eterna immobilità della Cariatide identifica anche una persona con idee e modi di fare superati per i tempi in corso.

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di Marianna Sorrentino

Classe '92. Divoratrice di libri e grafomane sin dalla tenera età. Classicista per formazione e per vocazione. Ama scoprire ed interessarsi a qualsiasi cosa riguardi la Letteratura, l’Arte ed i Mezzi Comunicativi. È un insieme di paradossi. Vulcanica, Riflessiva, ma anche Impulsiva. L'ironia ed il sarcasmo con cui “castigat ridendo mores” sono impressi nel suo DNA ed ama usarli per esprimere le sue idee rendendole leggere, ma nello stesso tempo pungenti. Curerà la rubrica “Ante Litteram”

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