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“La stranezza”: il nuovo film con Toni Servillo è magia a lume di candela

Vi è mai capitato di vedere un film tutto a lume di candela? Badate bene, s’intende ciò per i colori delle luci e delle ombre, per la fotografia, ma anche per costumi, scene, personaggi, atmosfere, scenografie, recitazione, sceneggiatura…

Cinemaniac con voto di Christian Liguori

Insomma, l’ultimo lavoro appena uscito nelle sale del regista Roberto Andò, La stranezza (2022), è tutto giocato sul cosiddetto giuoco delle parti in bilico, in equilibrio sospeso e sospensivo, per mezzo di un chiaroscuro tratteggiato e mai intenso, dalla luce fioca e dall’ombra scura mai nefasta, come se si stesse sempre dinanzi ad un continuo atteggiamento meditativo, lirico, riflessivo e solenne, che dal meta-teatro conduce incredibilmente al meta-cinema in una perfetta fusione, la quale altro non è che sintesi di comico e dramma che fu il teatro rivoluzionario di Pirandello e che è la nostra stessa vita.

La suspence è sempre in agguato in questo lavoro per dimostrare quanto il confine sia sottilissimo, quasi invisibile tra realtà e finzione, motivo per il quale l’autore dei Sei personaggi aveva in ostilità il linguaggio scenico. a lui contemporaneo, avendo compreso molto bene e prima del tempo e di tutti che la fiducia nella verità è labile quanto la precarietà dell’esistenza. La stranezza è, dunque, il Teatro di Pirandello, strano per quei tempi poiché nuovo e tanto aderente alla realtà, più vero di quanto l’autore potesse convincersene veramente, tant’è che risulta efficace anche l’inserimento della polemica letteraria con il suo conterraneo più anziano Verga, dal quale comunque aveva ereditato molto, pur senza ammetterlo o saperlo.

Sentieri selvaggi

Raffinata risulta poco dopo quella sequenza dell’inserimento di un esempio di straniamento visivo e cinematografico, affine a quella tecnica letteraria tanto cara all’autore de I Malavoglia; meraviglioso e coerente con l’impostazione narrativo-filmico-letteraria il continuo rimescolamento equilibrato per tutta la durata del lungometraggio delle carte di vero e finto in quel famoso giuoco, per cui si finisce per restare a bocca aperta, credendo a tutto e non credendo a nulla (si è o si fa? Si vive o si recita? I personaggi esistono o sono inventati?).

In quest’ossimoro pazzesco che è la vita quanto l’opera pirandelliana tutta sorprende il protagonista Servillo che si sgancia perfettamente dalla sua aulica napoletanità per divenire, mediante un siciliano quasi perfetto, l’immagine aurea di Pirandello, come se fosse resuscitato tra il pubblico dei vivi. In un ottimo cast, ove tuttavia qualche incertezza non è mancata, si deve un plauso speciale a Luigi Lo Cascio e si distinguono bene anche Ficarra e Picone, capaci di regalare le stesse emozioni sorridenti e comiche di sempre, ma come impresse in un quadro, solenni quanto Servillo/Pirandello e l’intera opera.

Tuttavia, al di là di circa due o tre bruschi stacchi di montaggio e due o tre momenti di didascalismo forzato (ad esempio, sguardi guardati dal letterato sul treno), il problema principale di una pellicola che aspirava ad essere un capolavoro risiede proprio in un frequente e ripetuto ripescaggio del repertorio cinematografico delle gag del noto duo (cosa inutile!) anche quando non occorrerebbe, per giocare facile su un’interpretazione che sarebbe riuscita ugualmente da parte di due anche cinefili come Salvo e Valentino, capaci di andare oltre, avendolo anche qui dimostrato (Ficarra, ad esempio, nel ruolo di badessa è una novità impareggiabile ed esilarante a dir poco). Insomma, sono gli stessi di sempre anche se vanno oltre, ma non viene offerta loro la possibilità di sfondare in toto.

Ed è un peccato questo, perché avviene anche in quel finale magicamente (un po’ troppo) aperto nel segno della magia spettrale di un teatro fisico che è il teatro vivente di tutti noi.

Ovvero: quello che Pirandello ha svelato all’umanità, ricavandolo da essa.

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© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2022 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, storico dell'arte e docente laureato in Archeologia e Storia dell'Arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver pubblicato il libro “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Già conduttore web-televisivo e radiofonico, è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà le rubriche "Le conversazioni di Liguori" e “Il Cinema secondo Liguori”.

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Claustrofobico continuamente in tensione. Dal bianco e nero al colore, dal film nel film al lungometraggio stesso.

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