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Il tarantismo pugliese, una soluzione d’altri tempi per affrontare il “male di vivere”

Si celebra oggi, 29 giugno, la festività che ricorda i Santi Pietro e Paolo

Tale ricorrenza assume un significato importante in particolare a Galatina, in provincia di Lecce, dove i Santi Pietro e Paolo sono i Patroni della città e, quindi, questa giornata assume un particolare significato all’insegna della tradizione. Proprio tra queste tradizioni, troviamo l’esibizione dei gruppi di Pizzica e un’interessante rievocazione storica del Tarantismo pugliese, fenomeno diffuso nell’entroterra leccese fino agli ottanta del Novecento.

Festa patronale dei SS. Pietro e Paolo - da lunedì 28 giugno 2021 a  mercoledì 30 giugno 2021 a Galatina, Lecce [Feste patronali]
Il santuario dei SS Pietro e Paolo a Galatina (LE)

La parola “tarantismo” indica una malattia di tipo isterico e convulsivo, causata dalla fantomatica puntura di insetti e animali velenosi (in particolare le tarantole, da cui appunto il nome “tarantismo”), e, allo stesso tempo, il nome della cura stessa della suddetta patologia (ovvero danzare al ritmo della pizzica pugliese).

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In Puglia, in particolare nella provincia di Lecce, la taranta è onnipresente, in quanto la ritroviamo non solo in vari souvenir (portachiavi, magliette, ecc), ma anche in forma di tatuaggi e allusioni: la più importante di tutte è la famosa “Notte della Taranta” che si tiene a fine agosto ma che, in realtà, è un tributo a questo fenomeno che per diversi secoli ha dominato la cultura pugliese.

Ma perché la taranta assume un ruolo così importante? Secondo alcune fonti,  la parola “Tarantola” o “Taranta” volta prenderebbe il nome dalla città di Taranto poiché questi insetti erano particolarmente diffusi nel distretto territoriale Jonico-Salentina ed era proprio il morso di questo insetto a provocare tale malattia.

Il tarantismo si manifestava nei mesi estivi

La patologia era costituita da sintomi di malessere generale quali: depressione, malinconia, catatonia o deliri, dolori addominali, muscolari o affaticamento. La maggior parte dei soggetti colpiti erano donne. La cura usata per questa malattia era la musica, in quanto i “tarantati” (cioè chi veniva morso dal ragno) ballavano per diverse ore al ritmo di melodie popolari come la pizzica pizzica o la tarantella: melodie eseguite allo scopo – secondo la credenza popolare – di far “espellere” il veleno della tarantola.

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Orchestra di musicisti impegnata in un esorcismo di una tarantata

Sebbene il tarantismo avesse una cura e fosse inserito in un sistema culturale ben radicato nella società, il dichiararsi “tarantolati” rappresentava una vera e propria disgrazia e vergogna per la famiglia della malata.

Il fenomeno ha origini antiche

Secondo alcuni risale al Medioevo ma le prime notizie certe risalgono al 1300; dal 1600 è stato associato ai disturbi mentali, con il medico napoletano Serao che scrisse “la causa del tarantismo non è da ricercarsi nella tarantola ma nei pugliesi”. La tradizione vuole che i Santi Pietro e Paolo sarebbero i protettori perché, secondo le fonti, i due discepoli si sarebbero recati nel Salento per predicare la parola di Gesù e avrebbero benedetto la donna che li ospitò e la sua famiglia, concedendogli il potere di guarire tutti coloro che sarebbero stati morsi dagli animali velenosi presenti nelle loro terre.

Presente per diverse centinaia di anni, difatti, è stato indagato a fondo solo negli anni 50 da Ernesto de Martino, antropologo napoletano, che organizzò, infatti, una vera e propria equipe multidisciplinare – composta da uno psichiatra, una psicologa, un’antropologa culturale, un etnomusicologo, un fotografo e un medico – al fine di studiare da vicino con attenzione i “tarantanti”.

Alla luce delle ricostruzioni, frutto del lavoro coordinato dallo studioso, il morso della taranta era reale solo in pochi casi, mentre nella maggior parte dei casi il morso del ragno era fondamentalmente simbolico, usato per giustificare una frustrazione psichica derivata da avverse condizioni di tipo economico, sociale o sessuale.  Ballare al ritmo di musica era quindi una  soluzione delle crisi che non avevano niente a che fare con l’avvelenamento reale del ragno e i suonatori erano visti come dei veri e propri “esorcisti”. Per de Martino, quindi, il tarantismo era un modo ingegnoso che i salentini avevano inventato per affrontare il “male di vivere”, una condizione derivante dalla sofferenza scaturita quindi da una vita poco agevole, che già allora caratterizzava alcuni strati della società moderna.

La pizzica, ancora oggi, è eseguita da una piccolo insieme di strumenti, dal tamburello alla chitarra e sebbene abbia perso il suo significato originale è ancora una melodia capace di liberare energia in chi la balla.

Oggi del tarantismo quindi sono rimaste poco tracce, se non nella memoria degli abitanti del salento, che tuttavia non parlano volentieri di questo fenomeno, quasi ad esorcizzare un passato fatto di stenti e di sofferenza.

Il “male di vivere” odierno

Il “male di vivere”, però, è rimasto ancora, ovviamente non solo in Puglia, ma nell’animo e nello spirito dell’uomo moderno. Rispetto al passato magari non insorge quando siamo chiamati a fare stenti e sacrifici, piuttosto quando, durante la nostra vita quotidiana, affrontiamo il peso delle mancanze che percepiamo. Ovviamente oggi non abbiamo la necessità di giustificare il nostro malessere additando le cause ad un fantomatico morso, così come non avvertiamo più il bisogno di ballare per cercare una guarigione.

Però pensandoci, condividere un post sui nostri social, soprattutto in un momento in cui il nostro umore non è dei migliori, ricevere like e commenti positivi, non è forse un modo nuovo per alleviare il “male di vivere” che ormai è così intrinseco nella nostra società?

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2021 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Antonio Siani

Classe '89, psicologo-psicoterapeuta, vive a Castel San Giorgio. Appassionato (non praticante) di sport, in particolare di calcio, nutre interessi anche per la lettura e per la musica. Dopo essersi diplomato presso il Liceo Scientifico “N. Sensale" di Nocera Inferiore, si iscrive alla facoltà di “Psicologia” dell’allora Seconda Università degli Studi di Napoli. Dopo essersi laureato, svolge diversi tirocini, tra cui, al Servizio Dipendenze di Cava de Tirreni, al Distretto di Salute Mentale di Nocera Inferiore e presso il Servizio di Psichiatria del nosocomio nocerino “Umberto I”. È durante queste esperienze che ha potuto conoscere le problematiche e i bisogni del territorio in cui vive. In seguito, si è occupato di formazione e di insegnamento, dando spazio anche ai campi estivi per bambini e ragazzi, esperienza che gli ha permesso una crescita non solo professionale ma anche e soprattutto umana. Attualmente si occupa di Disturbi dell’Apprendimento, Disturbi d’ansia, disturbi depressivi e autismo, oltre ad essere consulente psicoterapeuta presso una RSA della zona. Curerà la rubrica “ApertaMente”

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Conversazione con Giulia D’Alessandro e la sua vita carica di racconti e di musica

Cantante, cantautrice, conduttrice, organizzatrice di eventi socio-culturali, docente, musicoterapeuta. In campo musicale vanta oltre 25 anni di attività e numerosi consensi in Italia e all’Estero. Da annoverare i seguenti traguardi: semifinalista nazionale nel 2002 dell’Accademia di Sanremo e nel 2018 semifinalista nazionale di Area Sanremo Tim.

Un commento

  1. Ottimo articolo. Interessante la spiegazione storica e culturale nascosta dietro al ballo pugliese la tarantola. Oggi si usano i social anche per creare una maschera dietro cui nascondere le proprie ansie e le proprie debolezze come si faceva con la tarantola.
    Grazie

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