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Conversazione con David Mastinu, lo sceneggiatore-regista la cui vita è già un film

David Mastinu è sceneggiatore e regista di cinema e teatro. Oggi lavora a 360 gradi nel mondo dello spettacolo italiano, avendo avuto come insegnanti gli sceneggiatori Ugo Chini (l’italiano in questione più premiato ai David di Donatello), Ezio Abate e Marcello Olivieri, e il regista-sceneggiatore Ciro D’Emilio. Ha frequentato anche un’accademia teatrale di Roma, fatto workshop di regia, ma il suo primo ruolo è la scrittura scenica. Conversare con lui è stata anche un’occasione di riscoperta delle “normali” definizioni dei diversi ruoli del teatro e della settima arte: sotto un’altra prospettiva!

Quando hai cominciato ad amare il mondo dello spettacolo?

«Sono arrivato tardi in questo mondo, ma la mia infanzia mi ha segnato da questo punto di vista. Ho vissuto da piccolo a Capena, un piccolo borgo vicino Roma. Giocavo con gli animali. Mi sono sentito subito libero di inventare e di creare, giocavo anche nel terreno. Mi costruivo già i miei film in testa. Guardavo una farfalla, la seguivo, immaginandone il viaggio…».

Che poesia!

«Alle elementari iniziai a partecipare a diverse recite, in cui ci occupavamo anche di sceneggiatura e scenografia. Poi ho abbandonato questa passione per giocare a calcio, ma a 27-28 anni l’ho ritrovata».

Perché le passioni non si abbandonano mai del tutto. Noto che l’aria aperta, il paesaggio sono componenti che ti hanno sempre affascinato: questo ti ha portato ad amare il cinema?

«Verissimo! Gli spazi grandi all’aperto mi hanno portato ad avere un mio punto di vista. Tuttavia, al di là delle grandi dimensioni ogni cosa la proietto come se fosse una scena, me la immagino come tale, quasi come se non vivessi mai la realtà. Mentre mi stai intervistando immagino la presenza di una macchina da presa e di un pubblico. Quando, ad esempio, osservo il traffico a Roma con gli automobilisti coinvolti nelle loro emozioni, mi domando cosa stiano pensando in quell’istante».

Tutto molto interessante, poiché questa è la tipica osservazione della realtà dei tipi, dei personaggi che è alla base anche del lavoro di Carlo Verdone. Paradossalmente questo modo di fare cinema che ti rappresenta ti fa vivere la realtà in modo più autentico di tanti altri, secondo me.

«Forse hai ragione, forse la vivo più pienamente, ma tutto questo mi capita involontariamente».

Parlami un po’ di alcuni tuoi lavori significativi per te.

«Tra i lavori teatrali che ho fatto quello che più mi è rimasto nel cuore è il mio primo spettacolo teatrale, un monologo da me scritto e diretto nel 2017: “Vinni a ù munnu”, che nel dialetto siciliano significa “Venni al mondo”. L’ostetrica protagonista di questa drammatica storia ambientata negli anni Novanta in Sicilia mette al mondo il figlio del mandante della strage che porta alla morte di suo marito, membro di una scorta. Ho portato questo lavoro al Premio Teatro Traiano a Roma, conseguendo il Premio Pubblico, mentre l’interprete protagonista dello spettacolo Martina Zuccarello ha vinto il premio come miglior attrice. In Sicilia per lo stesso lavoro ho riportato il Premio Dario Fo a Milazzo. Da lì poi il tour è continuato, fermandosi causa covid, purtroppo. Un altro lavoro da me fatto e tanto amato è “Amara”, dove si racconta di una Roma anni Cinquanta e vi recita, tra i vari, Stefano Ambrogi. A proposito di riconoscimenti avrei piacere ad aggiungere che sono arrivato terzo su 218 autori ad un concorso letterario internazionale».

In un corto di cinema hai diretto la grande attrice comica Patrizia Loreti e il grande interprete Paolo Triestino, un lavoro che ho molto apprezzato. Tra l’altro è attualmente in gara al “CortoDino Festival”, complimenti!

«Sì, mi ha reso molto felice anche perché è finito pure su Rai Cinema. “L’amore di Giorgia” l’ho anche sceneggiato».

Avanti così! Quali sono i tuoi progetti futuri?

«A metà settembre girerò un documentario sul Cinema Ambasciatori, l’ultimo cinema a luci rosse rimasto nella capitale. Sto scrivendo, poi, la sceneggiatura insieme ad un regista della sua opera prima, ma non svelerò per ora il suo nome».

Si muore dalla curiosità, ma pazientiamo per il segreto. Come definiresti i tre ruoli di attore, regista e sceneggiatore nel mondo dello spettacolo?

«Sono tre realtà, non tre ruoli. Tre realtà interne. Lo sceneggiatore quando scrive, deve vederlo, visualizzare il dialogo, la scena, ha una propria visione di realtà. Questa poi passa ad un regista, che ha la sua visione di realtà, con la quale dovrà mettere in immagini la realtà creata dallo sceneggiatore. L’attore, infine, farà vivere quella realtà ma con la propria emozione, mettendoci la propria all’interno del lavoro. Queste tre realtà che sono proprie alla fine si incanalano tutte insieme dando il prodotto che poi noi vediamo. I personaggi che si scrivono, poi, vanno sempre motivati, mai giustificati in relazione a com’è chi li interpreta. Il regista, invece, deve essere come un allenatore di calcio: non si può pretendere che un terzino faccia l’attaccante, è questo il senso».

Che consigli daresti ad un giovane che in Italia voglia intraprendere la strada dello sceneggiatore?

«Sono giovane anch’io, spettacolarmente parlando. I film non si scrivono mai da soli, ma in gruppo. La difficoltà non risiede nella scrittura, bensì nella condivisione di un pensiero, di una linea. Bisogna essere aperti e pronti al sacrificio. Chi scrive non lo fa mai solo davanti al pc, ma con la testa di continuo: quando posa la testa sopra al cuscino, mentre ordina un panino, in auto alla guida…, insomma un pensiero quando ce l’hai in testa non lo puoi fermare!».

Che riflessioni originali espresse in modo autentico, sincero ed appassionato: grazie David, a risentirci sicuramente!

«Grazie a te Christian, è stata una bella chiacchierata, con molto piacere!».

Le fotografie ce le ha gentilmente concesse l’intervistato, che pertanto ringraziamo.

IL QUOTIDIANO ONLINE • 2021 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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