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Hitler e l’arte: passione, ossessione e propaganda politica

L’arte negli anni del regime nazista tra spoliazioni, l’affermazione del modello classicista e le testimonianze della Shoah

Negli anni della seconda guerra mondiale e del regime totalitario nazista più di seicento mila opere d’arte, tra pitture, sculture, argenti, mobili preziosi, furono depredate in una delle più grandi spoliazioni della storia, in cui si verificò la sottrazione delle stesse opere a tutti i collezionisti e galleristi ebrei.

Alcune di queste furono messe all’asta, comprate dai più noti mercanti d’arte dell’epoca; altre invece, rientrarono nelle collezioni private del Führer e del suo braccio destro Hermann Göring, il più grande collezionista e predatore di opere d’arte.

Questa triste pagina della storia dell’arte è ben raccontata nel documentario del 2018 Hitler contro Picasso e gli altri, diretto dal regista Claudio Poli, che ha ispirato quanto scritto e di cui è consigliata la visione. La passione per l’arte e l’autorevole status symbol che facilmente le ricche collezioni garantivano, fecero sì che grandi borghesi nazisti raccolsero un numero elevato di opere d’arte, destinate ad essere esposte nelle proprie residenze (Göring, per esempio, conservava nella sua sontuosa villa di campagna capolavori dei più grandi maestri dell’arte occidentale tra Tiepolo, Tiziano, Leonardo, i fiamminghi, e così via). Spesso, poi, i beni erano destinati ad essere conservati nel museo di Hitler, la Galleria d’arte di Linz, città natale del Führer. Fu una mera ossessione quella dell’arte per il Führer e il suo principale collaboratore, tale che spesso i due arrivarono anche a contendersi” il bottino”.

Hitler e Göring

La sottrazione di beni di tale valore ha in qualche modo un nesso con lo sterminio del popolo ebreo, in quanto la legittima proprietà veniva annullata, cancellata, come se gli stessi proprietari non fossero persone, come se non fossero presenti, come se non fossero esistiti: togliendo loro il diritto di possesso si annullava il principio di esistenza e, di conseguenza, si cancellava la loro identità. Le tantissime opere saccheggiate dal regime nazista furono ritrovate dai soldati americani nelle miniere di sale tra l’Austria e la Baviera, in cui furono nascoste durante gli attacchi dell’armata rossa. 

Nonostante il giovane Hitler venne rifiutato due volte dall’Accademia di Belle Arti di Vienna, questi coltivò la sua passione nel collezionismo, come abbiamo ben visto, maturando l’idea di un’arte classicista: forme espressive come il cubismo, l’espressionismo, l’impressionismo, l’astrattismo, furono disprezzate.

Ritrovamento delle opere d'arte nelle miniere di sale

Nel 1937, infatti, furono organizzate due mostre a Monaco: da una parte la Grande Esposizione dell’Arte Germanica, presso la Casa d’Arte tedesca fatta costruire dallo stesso Hitler, in cui esposte opere di stampo classicista; e dall’altra, a pochi passi da quest’ultima, la mostra dell’Arte Degenerata, presso l’Istituto di Archeologia di Hofgarten, in cui si condannavano i nomi dei più noti rappresentanti di tutti quei movimenti artistici d’espressione, che avevano segnato il Novecento con i loro caos, confusione, stravaganza e libertà. Sostanzialmente una nota stonata in un governo che auspicava disciplina e ordine.

L’arte divenne propaganda politica, il classicismo divenne un modello di estetica, il collezionismo potere, e le depredazioni la cancellazione di un nome e lo stampo di un numero sul braccio.

Molte delle opere sottratte sono oggi conservate nei grandi musei europei, e quel tentativo di totale rimozione dell’identità, della storia e della vita non si è mai adempiuto: conserviamo oggi numerose testimonianze che ricostruiscono le tristi vicende dei deportati che furono vittime dell’olocausto.

Da un punto di vista artistico, il museo YAD VASHEM di Gerusalemme, rappresenta l’ente nazionale per la memoria della Shoah: qui, sono conservate le fotografie, i reperti, le testimonianze delle vittime, ma anche gli schizzi, i dipinti, i disegni degli artisti ebrei che li realizzarono nei duri anni delle deportazioni e dei campi di concentramento, denunciando i soprusi e le misere condizioni a cui furono sottoposti. Tra i più noti si ricordano l’acquerello la Canzone è finita di Pavel Fantl, in cui compare un ritratto satiresco del Führer; più di ottocento immagini a tempera di Vita? o Teatro? di Charlotte Salomon, in cui viene rappresentata la tesa e caotica atmosfera delle deportazioni nella Francia degli anni quaranta; infine, La camera a gas di David Olère, che immortala la straziante disperazione dei corpi nudi e scheletrici delle vittime di quei tragici eventi a cui l’artista assistette.

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di Rosaria Esposito

Classe '96, diplomata al liceo classico "Cneo Nevio" di Santa Maria Capua Vetere (CE) e laureata in “Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. A metà tra un approccio storico-artistico ed uno economico-gestionale, costruisce una figura professionale capace di muoversi nei campi della cultura, conservazione e valorizzazione del patrimonio. Dà un respiro internazionale al suo profilo studiando a Lille, tra il 2017 e il 2018, attraverso al Programma Erasmus+. L’esperienza di tirocinio extracurriculare presso il “Pio Monte della Misericordia” a Napoli la spinge ad iscriversi, nel 2019, al corso di laurea magistrale in “Archeologia e Storia dell’Arte”. Tuttavia, non abbandona il suo interesse verso la valorizzazione e la gestione: grazie all’associazione “Napulitanata”, studia da vicino dinamiche interne volte alla promozione culturale territoriale e la programmazione degli eventi che da sempre l’affascinano. Ambiziosa e curiosa è una grande amante dei libri e dei viaggi. Per lei la lettura ha un grande valore culturale: leggere significa avere sete di conoscenza, essere aperti al mondo e non essere mai stanchi di stupirsi. Curerà la rubrica “Pillole d’Arte”

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