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È in Italia Sharbat Gula, la “ragazza afgana” dell’iconica foto di McCurry

A seguito della caduta di Kabul e il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, Sharbat Gula, la “Monna Lisa della guerra afghana” fotografata da McMcurry, è giunta a Roma lo scorso 25 novembre 2021, grazie al programma di accoglienza e integrazione attuato dal Governo italiano in aiuto dei cittadini afghani in fuga dai talebani

È il racconto di una storia, del tempo che corre, per una bambina di 12 anni: un’orfana pashtun diventata famosa in tutto il mondo perché fotografata da uno dei fotoreporter più celebri del nostro tempo. È il 1984 quando il fotografo statunitense, Steve McCurry, decide di attraversare l’Asia centromeridionale per documentarne il disastroso passaggio del monsone. La guerra sovietico – afghana imperversa ormai da cinque anni e il National Geographic lo contatta per chiedergli di realizzare un reportage sul Vietnam sovietico. McCurry accetta. Attraversa il confine tra Pakistan e Afghanistan e, in un campo profughi della città di Peshawar, scatterà una delle fotografie più iconiche del XX secolo

Steve McCurry in Afghanistan durante la realizzazione del reportage © Wikipedia

Ma com’è andata?

Steve sta attraversando il campo profughi di Nasir Bagh, attratto dal chiasso che proveniva da una tenda adibita a scuola, deciderà di entrare. Tra la polvere e le urla degli scolari, dei caleidoscopici occhi color verde acqua attireranno la sua attenzione. È una bambina dallo sguardo penetrante intriso di paura e inquietudine, una “lince del deserto”, che non aveva mai visto una macchina fotografica, ma solo la tragedia della guerra. Steve non ha molto tempo. Il momento perfetto per una foto dura poco, la luce cambia velocemente e Gula è incuriosita ma anche spaventata. Dopo pochi scattiinfatti scapperà via. Steve però ce l’ha fatta, è riuscito a cogliere l’attimo. Ha catturato per sempre quello sguardo così enigmatico e magnetico che la sua fotografia verrà definita come Monna Lisa della guerra afghana”.

Oggi Sharbat Gula ha 49 anni. Il suo volto è segnato dal tempo che passa ma i suoi occhi sono gli stessi comparsi sulla copertina del National Geographic del giugno 1985. La sua è una storia di continue fughe e nuovi inizi. Tra i 13 e i 16 anni fu costretta a sposare un uomo contro la sua volontà. Rimasta vedova, sola e con tre figlie, nel 1992 si trasferisce in Pakistan dove verrà arrestata per aver usato documenti falsi. Nel 2016 torna in Afghanistan accolta dall’allora presidente Ashraf Ghani, che le consegnò le chiavi di un appartamento a Kabul. L’estate scorsa però ricomincia il calvario. Con il ritorno dei talebani al potere, infatti, il mondo le crolla ancora una volta addosso. Questa volta per mettersi in salvo chiederà aiuto all’Italia che ha attivato un programma di integrazione e accoglienza per tutti i profughi in fuga dalla tirannia del fondamentalismo islamico.

Copertina della rivista National Geographic Magazine del numero di giugno 1985 © Wikipedia

Ora forse vi starete chiedendo, perché ho tenuto così tanto a raccontare questa storia?

Semplice perché Sharbat Gula siamo noi… è la bambina che tutte le mattine vuole andare a scuola e stare con i suoi compagni, anche se si tratta di una tenda in un campo profughi di un paese martoriato dall’ennesima guerra…

È la studentessa che tutte le mattine va all’università per realizzare il suo sogno. È il rettore di università. È la mamma che tiene in braccio il suo bambino. È la maestra che insegna alle elementari. È il medico che ti salva la vita. È il prossimo Premier o il prossimo Presidente della Repubblica. È l’architetto che progetta spazi migliori. È quella ragazza che ti fa salpare a vele spiegate e ti fa venire voglia di essere una persona migliore… Sharbat Gula è il mondo e se davvero siamo così civilizzati, così progrediti, così esseri umani come diciamo di essere, allora abbiamo il dovere di proteggere chi è in cerca di salvezza e di una vita migliore!

Pierpaolo Luigi Senatore

© IL QUOTIDIANO ONLINE 2021 RIPRODUZIONE RISERVATA

Sharbat Gula fotografata da McCurry nel 1984 © Wikipedia

di Il Quotidiano Online

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