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Conversazione con Emiliano Masala, attore per caso che con coraggio ha tracciato la strada

La gente avrà sempre bisogno del Teatro, perché ha bisogno di stare nel rito del Teatro

-Emiliano Masala, attore.

“When the rain stops falling”, lo spettacolo teatrale che sta riguardando come interprete di spicco recentemente Emiliano Masala, è un incastro spettrale e in perenne sospensione, grazie anche ad un sapiente gioco cromatico e luministico al centro o ai lati in base alle opportune e differenziate esigenze.

Colpisce in scena l’attore per le parole pronunciate con armonia, tutte per esteso. Infatti, la sua formazione al Teatro Stabile di Torino è legata ad un teatro di parola.  

Emiliano, inoltre, è socio di un’associazione culturale, “Proxima Res”, per cui sa cosa significa per un giovane desiderare di fare l’attore.

È per questo motivo che cerca di trasmetterlo dietro e davanti le quinte, con amore, come attore e regista.  

Quando hai maturato la passione per il Teatro? Da bambino sentivi già l’esigenza di muoverti sulle tavole del palcoscenico?

«Non sono tra quelli nati col sacro fuoco dell’arte. Per uno come me molto timido e riservato non sarebbe mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello recitare. Intorno al terzo o quarto anno di scuola superiore vidi al cinema il film “Molto rumore per nulla” di Kenneth Branagh e rimasi molto colpito dal fatto che il regista fosse riuscito a restituirmi una vitalità che trascendesse

l’aspetto cinematografico e che richiamava il teatro. Andai a vedere questo film con una ragazza, la quale mi raccontò di un corso di teatro alle superiori a cui partecipai. Un po’ più di una curiosità mi veniva trasmessa durante queste lezioni. Conobbi persone totalmente appassionate di teatro e rimasi travolto dalla loro energia, dato che io venivo da un ambiente comunque lontano da ciò».  

Dopo com’è andata?

«Feci una serie di provini e venni preso all’Accademia dello Stabile di Torino. All’epoca c’era Luca Ronconi come valido maestro. Dopo è venuta tutta la trafila di esperienze e non sono mancati momenti difficili. Tuttavia, mi ritengo un privilegiato, avendo fatto degli incontri fondamentali. Cito, ad esempio, Antonio Latella, Lisa Natoli e Valerio Binasco».

Sei la dimostrazione che davvero non è mai troppo tardi, ma qual è il segreto che ti ha portato poi a crederci, dato che prima mi dicevi che non avresti mai immaginato di fare l’attore?

«Penso sempre che si debba avere un piano B. L’attore è un mestiere molto difficile, particolare, bisogna avere le spalle coperte ed io non le avevo, per cui mi son dovuto rimboccare le maniche. È un lavoro fatto di grandi periodi di silenzi e solitudini, in cui è opportuno entrare molto in confidenza con sé stessi. È un mestiere che necessita di costanti conferme da parte degli altri e da parte tua».

Grazie alla tua determinazione sei riuscito poi a portare a casa anche un Premio Ubu come miglior attore, per cui ti faccio i miei più sinceri complimenti. E invece come regista come giudichi l’incontro tra la regia e la recitazione teatrale?

«Ti ringrazio. Mi sono avvicinato alla regia grazie ad Antonio Latella. Non è stato semplice parlare con gli attori, per timidezza e senso di inadeguatezza dovuto all’inesperienza in merito, tant’è che per anni smisi di dirigere in seguito. Non mi ero sentito all’altezza, bensì spiazzato. Ci volle tempo, ma poi ritornò in me la voglia di tornare a raccontare una storia. Forse avevo bisogno di una maggiore solidità per parlare con gli attori, e devo dire che insegnare recitazione mi ha aiutato molto in questo. Fare regia non è semplice, perché bisogna trovare la cifra giusta per comunicare. È sempre un compromesso».

Tra i tuoi nuovi progetti teatrali ce n’è qualcuno in particolare?

«Per il momento ti dico che non smetto di leggere, perché noi siamo sempre a caccia di storie. Le storie possono arrivare dalla strada, da un giornale, da un romanzo ecc… In questo momento preferisco stare maggiormente sul palco, per cui non mi sento di dirti che ho pensieri registici».

Invece per quanto riguarda il Cinema, tu hai partecipato ai film “Solo un padre”, “I ponti di Sarajevo” e “Noi credevamo”. Che mi dici di quest’incontro con la settima arte?

«In realtà, è un incontro che secondo me ancora deve avvenire. Mi piacerebbe ora iniziare ad incontrarlo il cinema, ma mi sono dedicato in questi anni al teatro. Però, posso almeno dire di essere un ottimo spettatore cinematografico. Per quanto riguarda “Noi credevamo” di Mario Martone, il regista è sapiente da tutti i punti di vista. È un uomo di grande cultura e di grande profondità, oltre che di grandi domande. Fare un film sul Risorgimento era una grande scommessa, e lui ci è riuscito. È un uomo che fa delle sfide nel raccontare il cinema. Recitare nel film accanto a Toni Servillo, che per me resta un mito, anche se solo per un istante, è stato prezioso».

Per concludere, cosa può portare secondo te di più le persone ad andare a teatro?

«Ci sono persone più competenti di me nel dare questa risposta. Io credo che la cosa più importante sia educare le persone al Teatro, operazione che dovrebbe partire sin da quando uno è bambino, e quindi sin dalle scuole. È lì che bisogna nutrire i ragazzi di questo meraviglioso immaginario, affinché poi possano avvertire in seguito il bisogno di doversi nutrire di ciò per tutta la vita».

Bravo Emiliano, continua così, a tracciare la tua strada con determinazione e coraggio. Grazie per i numerosi spunti di riflessione!

«Grazie a te Christian, un abbraccio!».

Ringraziamo ancora l’attore per averci fornito le fotografie, mentre l’ultima è stata scattata dal sottoscritto.

Ecco un estratto della conversazione prima dell’intervista scritta:

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2022 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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