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Conversazione con Fabio Manzi, l’atleta gentile che fa a pugni con i pregiudizi

“La kickboxing è uno sport che ti insegna tantissimi valori, più di quanti ne possano insegnare gli altri sport”

-Fabio Manzi, kickboxer.

Fabio Manzi si presenta: si chiamerà così l’evento che vedrà protagonista, con libero accesso da parte di tutti, l’atleta nocerino Fabio Manzi, domani mattina a partire dalle ore 11:00 presso l’Aula Consiliare del Comune di Nocera Superiore (SA).

L’imbattuto kickboxer sarà presentato per l’occasione dalla giornalista Chiara Bruno, che sarà anche lieta di ricordare che il 25 Giugno prossimo a Catania Manzi sarà al centro di un importante incontro nell’ambito del “Kumitevent”.

Prima di auguragli la vittoria, andiamo alla scoperta della sua carriera, senza dimenticare che dal 2019 è ormai un professionista del suo settore di fama nazionale, nonché un apprezzato fisioterapista.    

Secondo te, come mai la kickboxing è una disciplina di cui si parla così poco qui da noi?

«Qui al sud siamo abituati fin da piccoli al gioco del calcio, che peraltro ho praticato anch’io da bambino. Tuttavia, non ho mai trovato affinità con questo sport. Esiste, purtroppo, ancora il pregiudizio secondo il quale chi pratica sport di lotta sia un tipo violento, pericoloso per la società».

Tu quale branca di kickboxing pratichi?

«Il k1, ovvero quello che prevede anche l’impiego di ginocchiate».

Cosa pensi del rapporto tra il tuo sport e il pubblico in generale?

«Credo che le persone fino a quando non assistono ad una gara del genere dal vivo non possono realmente capire di cosa si tratti. Il supporto video magari fa pensare subito alla violenza…».

E ricordiamo, pertanto, che lo sport unisce, non è mai violenza, dato che abbatte tutte le barriere.

«Esattamente. Vivere uno sport del genere dal vivo ti fa immergere nel maggior beneficio che noi, atleti attivi in questo campo, ricaviamo da esso: il self control, la gestione razionale degli istinti».

Ecco, hai fatto bene a spiegarlo: voi atleti di lotta siete più pacifici e gentili di tanti che la lotta non la sanno gestire, pur praticandola, appunto, in maniera assolutamente sbagliata.

«In Campania la boxe è sempre stata conosciuta, anche grazie alla partecipazione di numerosi atleti del nostro territorio alle Olimpiadi. Purtroppo capita che molti di questi non ottengano il successo di un calciatore, nonostante meriti a volte di gran lunga superiori a tanti atleti che praticano il gioco del pallone, i quali arrivano spesso a campare di rendita, pur ricevendo meno meriti».

A proposito dell’ambiente e della società in cui sei cresciuto, come sei riuscito ad affrontarli in relazione ad uno sport ancora colmo di pregiudizi qui da noi?

«Quando giocavo a calcio da piccolo soffrivo di ansia. Da bambino ero timido, chiuso, introverso. Circa 10 anni fa mio fratello mi diede la spinta ad intraprendere questa disciplina sportiva, affinché potessi “cacciare carattere”, parafrasando le sue parole. All’inizio fui scoraggiato da questo sport, poi riuscii a ritrovare interesse in questo grazie al mio attuale coach Massimiliano Barone. Mi diede fiducia e mi chiese di intraprendere una gara che mi terrorizzava, capitando l’occasione dopo soli 6 mesi. Decisi di ricambiare la fiducia e feci la gara, affrontando ogni paura. Persi il match, anche perché l’avversario aveva molta più esperienza di me. Tuttavia, il mio maestro si complimentò con me, perché mi disse che ero stato bravo in relazione alla validità dell’avversario. Iniziai a capire che questo doveva essere il mio sport, dal momento che beneficiai fin da subito delle sensazioni che si provano dopo ogni match: l’ansia ti si toglie da dosso, si scaricano tensione e sacrifici e si vivono sensazioni positive che ti scuotono. E ti calmi».

Molto interessante conoscere il dopo, oltre che il prima: e in seguito a questa sconfitta immagino che siano arrivate tante vittorie, e non solo quelle formali.

«Le prime gare sono state sempre qui in Campania. Inizialmente praticavo match a contatto leggero, poi sono passato al contatto pieno da semi-pro, prima di diventare atleta professionista. Ricordo, relativamente al contatto pieno, una bellissima esperienza in Sicilia. Fu lì che iniziai a conoscere dal vivo atleti che erano già professionisti, il che rappresentò per me un importante salto di qualità. Poi ho partecipato a gare in diverse città italiane, come a Catanzaro per le Interregionali».

Dai colpi alla cura, tu sei anche fisioterapista. Com’è nata in te la passione per questa disciplina medico-sportiva?

«Molti mi dicono scherzosamente: “prima fai male, poi dai il bigliettino da visita” (ride). Da piccolo la fisioterapia mi ha riguardato da vicino, quando ebbi un paio di distorsioni alle caviglie. Con la kick non ho mai avuto traumi importanti, quelli mi capitarono col calcio».

Tornando alla kick, credo che il problema del poco seguito al sud sia dovuto alla scarsezza di strutture idonee, non trovi?

«Qui abbiamo anche pochi eventi a tema. Da noi non si vedono manifestazioni di boxe, di kick, ma se ne vedono di altri sport, ad esempio».

In qualità di parte attiva professionistica, come pensi che si possa rivalutare pienamente questa disciplina sportiva nel Mezzogiorno?

«Le scuole possono svolgere un ruolo chiave in questo, togliendo innanzitutto i tabù sulla pseudo-violenza di questo tipo di attività sportiva. La kick si preferisce spesso tenerla nascosta ai bambini, perché magari si ritiene, errando, che mostrando loro filmati, ad esempio, di gare del genere, si voglia insegnare loro ad essere violenti. Non è così: anzi, bisogna fare in modo che la kickboxing sia più visibile ed aperta a tutti. Se non la vedi, non la puoi capire… ho amici che hanno provato ansia nel vedermi gareggiare, come se si trovassero loro in quell’esatto momento sul ring. La kickboxing ti consente di vedere, respirare e toccare la tensione nell’aria».

In effetti, la boxe, in generale, viene chiamata arte nobile. Io aggiungo che la kick può essere catartica, purificatrice. In bocca al lupo per tutto Fabio, continua sempre a pugnalare i pregiudizi!

«Viva il lupo e grazie di tutto Christian!».      

Le foto ci sono state fornite dall’intervistato stesso, che pertanto ringraziamo.

Ecco la conversazione in diretta sulla pagina Facebook:

https://fb.watch/d8tFjU8ve-/

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2022 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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