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Conversazione con Giuliano Montaldo, il regista italiano che ha sconfitto l’intolleranza

«Il mestiere dell’attore è molto difficile, perché ha poco tempo per esprimere tutto quello che deve comunicare» – Giuliano Montaldo, regista, sceneggiatore ed attore

Cinema e Storia, Cinema e Società, Cinema e Politica, Cinema e Religione: straordinarie le tematiche, intense quanto i tempi di lavorazione dei grandi film diretti dal grande documentarista Giuliano Montaldo, che oggi compie 92 anni.

Gli occhiali d’oro, L’Agnese va a morire, Giordano Bruno, Tiro al piccione, Il giocattolo, Sacco e Vanzetti sono solo alcuni dei suoi titoli più noti e quasi tutti sono stati musicati meravigliosamente da Ennio Morricone.   

Presidente onorario del CortoDino Film Festival, si congratula con lo staff, anche perché sostiene molto queste iniziative, perché hanno lo scopo di far conoscere il Cinema per farlo amare.    

David di Donatello come attore per Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni e alla carriera come regista, Montaldo conserva ancora un’aura di saggezza, che gli deriva dall’esperienza e dal desiderio di raccontare un cinema che non c’è più, ma che non morirà mai.   

Nel suo bellissimo capolavoro Il giocattolo con Nino Manfredi cosa ha voluto veramente raccontare? È vero che lei ha anticipato il dibattito sulla legittima difesa con questa visione?   

«Erano gli anni di piombo, un periodo buio in cui si metteva mano alla pistola con troppa facilità. Tutto nasce da un fatto di cronaca davvero accaduto a Roma. Sono gli anni dello spavento che si leggono pienamente negli occhi del protagonista. Per la legittima difesa, il tutto è avvenuto nella più totale inconsapevolezza da parte mia: ho anticipato senza saperlo».

Un’operazione davvero coraggiosa, immagino quanto la critica dell’epoca si sia fatta sentire in malo modo…

«A dire il vero anche altre volte, non solo per questo film (ride). Dato che ho sempre raccontato storie di intolleranza nei miei film, mi ha sempre dato fastidio. Non è stato facile mettere in scena i miei film. Ad esempio, quando ho fatto Sacco e Vanzetti, in Italia questi due eroi anarchici non li conosceva nessuno, mentre in tutto il mondo c’erano manifestazioni per loro. È un film violentissimo di una vicenda politicizzata al massimo, un lavoro che ebbe molto successo di pubblico e ancora oggi viene mandato in onda. Non male per un inizio per cui, quando lo proposi, il produttore credeva che Sacco e Vanzetti fosse il nome di una ditta di import/export».

Considerando che pochi anni dopo l’uscita del film (1971) negli USA hanno finalmente riconosciuto l’innocenza di questi due martiri delle loro idee, possiamo dire che lei ha scosso con il suo capolavoro l’opinione pubblica?

«Credo proprio di sì. Si cominciò finalmente a parlare di loro dopo la mia pellicola, tant’è che anche molti che non li conoscevano si accalcarono per andarla a vedere nelle sale di tutto il mondo».

Protagonisti di questo lungometraggio sono Riccardo Cucciolla e Gian Maria Volonté. Che tipo era questo straordinario attore camaleontico ingiustamente dimenticato, ma che ha fatto grande il nostro cinema come Gian Maria Volonté?

«Per fortuna ha interpretato con me sempre personaggi vittima del potere, altrimenti sarei dovuto scappare spaventato, come accadde una volta sul set di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto al regista Elio Petri, mio grande amico, dove faceva la parte del cattivo. Perché Volonté diventava letteralmente i suoi personaggi, era loro per giorni sul set, dietro le quinte, per tutto il tempo della lavorazione, a casa, nella vita privata. Nel mio Giordano Bruno recitò delle battute in nolano, interpretando il filosofo di Nola, per l’appunto».

Invece, per quanto riguarda uno dei mostri sacri della commedia all’italiana come Nino Manfredi, com’è stata l’esperienza di dirigere un attore prevalentemente comico in un film diverso dai suoi soliti, appunto il drammatico e sconvolgente Il giocattolo?

«Lui era un attore drammatico bravissimo. Si era abituato al nuovo ruolo di comico perché era quello che chiedevano produttori e registi, ma quando ha avuto l’opportunità di recitare questa parte l’ho visto appagatissimo, perché mi disse: Finalmente faccio il mio mestiere!

Siamo stati molto vicini, io sono sempre stato amico dei miei attori. Per Il giocattolo feci una cosa che solitamente non si fa: insieme a tutti gli attori principali ci riunimmo intorno ad un tavolo una settimana prima delle riprese, come se fosse un testo teatrale. Si son messi tutti seduti a recitare la loro parte e chiesi loro se ci fossero delle difficoltà, se ci fosse qualcosa che andava cambiato in ultima istanza».

I suoi film si propongono di insegnare la Storia sotto un’altra prospettiva, materializzata?

«La verità è che ho sempre avuto avversione verso l’intolleranza sin da ragazzo. Ho cercato di fare tutti film legati a questo problema, dalla religione alla politica. L’intolleranza ha a che fare con delitti dello stato che toccano la povera gente e che io denuncio».

Chi pensa che oggi in Italia possa dirigere un film di Storia?

«Il problema è che non ci sono produttori disposti a rischiare su un film storico, perché se poi è polemico non va in Rai facilmente».

O si fa polemica per stupidaggini o se si fa un film di seria polemica non va bene, perché potrebbe distogliere troppo l’attenzione da cose futili, ma ritenute più importanti…

«Bravo, bravo (ride)!».

A me dispiace che un regista così colto, così autorevole e sul pezzo, per quanto riguarda fatti storici spesso trascurati, sia oggi poco ricordato dai media, in televisione. Come se lo spiega tutto ciò? È forse dipeso dal rapporto compromesso tra Cinema e Storia, visto che oggi la Storia non si insegna neanche più poi tanto bene?

«Purtroppo oggi è sparita la parola cultura. Di Storia non se ne parla più. Spesso vado nelle scuole a parlare dei miei film che trasmettono e vedo che gli studenti non sanno niente. È colpa degli insegnanti. I cinema poi sono in crisi. Sono felice del fatto che, tuttavia, i film che abbiamo citato e che ho diretto circolino ancora oggi: e questo è più importante della conoscenza che si possa avere di me».     

Un modello, un esempio di umiltà e di capacità di raccontare con obiettività ed assenza di patetismo: un applauso a Giuliano Montaldo, a cui auguriamo buon compleanno dal profondo del cuore.

Plauso a chi ha una carriera prolifica alle spalle, per cui è già Storia!

Le foto sono state estrapolate tutte da IMDB.com, mentre la clip è di Christian Liguori.

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2022 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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