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Conversazione con Giulio Farnese, che vive come una scheggia nel nome dell’Arte

“Il teatro è una forma di felicità interrotta dall’esistenza”. Queste le sue profonde parole sul suo sito ufficiale. Pittore, attore, regista, insegnante di disegno e storia dell’arte, di dizione e di teatro, Giulio Farnese è un artista a 360 gradi, in teoria e pratica, che ha debuttato sul palcoscenico alla fine degli anni ’60

Teatro e Cinema, ma anche consapevolezza del proprio vissuto e grande maturità nell’analizzare con argute riflessioni il presente: tutto questo e molto altro è Farnese, che si racconta a “Il Quotidiano Online” con passione e disinvoltura.  

Quando è incominciata la tua passione per il mondo dello spettacolo?

«Io credo che in ogni essere umano ci sia un talento. Ci sono dei momenti in cui siamo distratti dalla vita, e altri in cui siamo lì immersi nei nostri desideri e silenzi: è lì che agisce il talento, una vera e propria anima dentro di noi. Non tutti ce l’hanno per il mio mestiere, anche se magari hanno anche successo. C’è un momento per vivere e un momento per analizzare, ma quando vivi devi andare come una scheggia, seguendo non quello che chiamiamo istinto, ma il talento. Nessun uomo può vivere senza un atto creativo. La creatività, tra l’altro, vive anche delle cose semplici. Ogni mestiere, ogni professione, però, senza la tecnica non serve a niente. Ho imparato la tecnica in una scuola napoletana che era l’Accademia d’Arte Drammatica, che poi è scomparsa».

Quando parli di studio a proposito del tuo mestiere di attore ti riferisci anche all’accezione etimologica latina di “studium” uguale “desiderio”?

«Il teatro è un gioco. Se tu non hai il desiderio di recitare, devi cambiare mestiere. Il desiderio è alla base della vita. I desideri impossibili sono delle forme di meditazione, ovvero il desiderare le cose che non potresti mai raggiungere. Tuttavia, esse sono necessarie anche se ad esse non ci arriverai: muovono, infatti, la strada per arrivarci».

Raccontami il tuo incontro con Eduardo De Filippo, con cui hai lavorato.

«Prima di essere diretto da lui avevo già studiato in accademia e recitato in diversi spettacoli teatrali in una compagnia. Avevamo messo in scena Shakespeare e Brecht, tra i vari. All’epoca Eduardo era l’Olimpo per tutti. Gli feci la posta sotto il Teatro San Ferdinando di Napoli. Trascorreva la sua vita in teatro, il camerino era la sua casa. Arrivava sempre alle cinque in teatro. Avevo il cuore a mille, perché Eduardo ti metteva in soggezione tantissimo. Era un uomo dalle pochissime parole e di grande rigidità. Aveva una specie di laser negli occhi e nella mente. Mi avvicinai e gli chiesi col cuore in gola se gli avrei potuto rubare dieci minuti. Senza proferir parola mi osservava, dopodiché mi disse che aveva un appuntamento e andò via senza rispondermi. Eppure, lui vedeva al di là delle cose, e fu così che in quell’istante mi fece un provino sol vedendomi interagire con lui. Io, nel frattempo, lasciai foto e curriculum alla portiera. Avevo tentato l’impossibile. Mi chiamò dopo poco per dirigermi. Capii che questo mestiere era per me».

È stata vera svolta per te ricevere il “Premio Città di Thiene ‘89”?

«Lo cito perché me l’ha dato il pubblico come miglior interprete non protagonista per lo spettacolo “Rumors” di Simon. Lo cito non per gloriarmi di me, ma perché quando uno prende la strada giusta va tutto giusto».

Hai lavorato in piccoli ruoli nel cinema, ma diretto da registi di un certo spessore come Dino Risi e Nanni Loy. A proposito di Pasquale Festa Campanile, invece, vorrei fare una riflessione. Per me era avanti, anche se avrebbe potuto fare di più, ma ha scelto di compromettersi spesso col commerciale. Cosa ne pensi?

«È difficile giudicare. Ci sono momenti in cui un regista fa un film commerciale e vieni stigmatizzato, per cui non si fidano di farti dirigere un film tra virgolette autoriale. Ma non è detto che quel regista lì non ne sarebbe capace. A volte è anche questione di public relation con il produttore. Certo è che non mi ritengo io personalmente adatto alla macchina da presa».

Hai lavorato in alcuni film della saga fantozziana, diretto da Neri Parenti e con il mitico Paolo Villaggio. Che ruoli interpretavi e com’è stato lavorare con loro?

«Ruoli di ingenuità molto divertenti. Neri mi scelse. Hanno sempre parlato di pessimo carattere a proposito di Paolo, eppure io c’andavo d’accordo. È stato un genio, ha inventato di sana pianta un genere comico tutto suo: quel che ha fatto non esisteva prima, e non esisterà più».

Quando hai sentito l’esigenza, invece, di dirigere tu per tirar fuori da qualcuno la creatività?

«Quando ormai avevo accumulato una serie di esperienze dentro di me, cosicché ho sentito l’esigenza di dare unità per quanto concerne tutto questo in opere teatrali. Attualmente sto dirigendo delle favole».

Nel 2008 hai diretto Arnoldo Foà: dirigere un monumento del teatro e del cinema italiani com’è stato?

«Era anziano, non percepiva più la memoria, ma sua moglie nell’auricolare gli suggeriva e lui andava come un treno. Lavorare con lui è stata una delle esperienze più belle della mia vita».

Secondo te fino a che punto un attore deve sottostare al regista? Dev’essere proprio una marionetta come si teorizzava all’inizio del ‘900?

«È il gioco della vita. Con questo mestiere non facciamo altro che riprendere la vita stessa e dargli una verità, farla sembrare vera. Il regista si assume la responsabilità del popolo degli attori che deve governare, anche se può capitare anche che ci siano persone più brave di lui in quella schiera di persone che deve comandare. Tuttavia, devono sottostare poiché non hanno quel ruolo. Arnoldo era più bravo di me, ma si è affidato a me quando ha scelto di essere diretto da me a teatro».

Quindi l’Arte per essere vera condivisione deve passare sotto l’affidamento?

«Certo. Tutte le volte che mi sono affidato ad un regista che mi diceva di far cose che non mi andava di fare l’ho fatto sempre al massimo delle mie possibilità e tutte le volte ho imparato qualcosa da ciò. Tutto serve nel nostro mestiere».

Grazie per le bellissime riflessioni spazianti dall’arte alla vita e complimenti ed in bocca al lupo sempre per tutto!

«Grazie a te Christian, è stato un immenso piacere! Viva il lupo!».   

Grazie ancora a Giulio anche per averci fornito preziose fotografie dal suo sito ufficiale.  

Ecco un estratto della video-conversazione: https://fb.watch/9ug345Hicf/

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2021 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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