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Conversazione con Emanuele Salce, figlio d’arte ed artista

Attore e regista, figlio d’arte ed artista, Emanuele Salce, figlio di Luciano, è approdato tardi al mondo dello spettacolo nel quale ora si muove con disinvoltura tra teatro, cinema e televisione

I suoi lavori sono diversi come diverse le ragioni per le quali ha scelto di confrontarvisi. Scopriamo insieme il suo percorso!  

In relazione a suo padre come ha maturato la passione per il teatro e il cinema?

«È difficile dirlo. Mio padre era già scomparso da quasi vent’anni… Non credo abbia inciso direttamente. Lui poi è fra quelli che hanno scritto la storia del mondo dello spettacolo italiano. Uno che è passato dall’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, con compagni come Gassman, Celi, Squarzina … che si è poi ritrovato due anni prigioniero in Germania. Finita la guerra, una volta diplomato, se n’è andato in Francia con Bonucci e Caprioli e poi ancora in Brasile con Adolfo Celi col quale fondarono un vero e proprio Teatro Stabile (Teatro Brasilero de Comedia).

Il cinema per lui arrivò dopo, negli anni Sessanta assieme alla radio, la televisione …

Io, invece, ci sono arrivato tardivamente, all’età di 40 anni. Dopo la guerra con me stesso semmai… quando ho sentito la necessità di cimentarmi in questa professione certamente rischiosa, ma anche molto terapeutica e catartica. Non sono stato incoraggiato da nessuno, vorrei precisarlo, ho cercato la mia strada da indipendente, confrontandomi con me stesso, i miei limiti e le mie necessità di essere umano».

Una vera e propria necessità, quindi, per lei il teatro?

«Sì, ma che è diventata anche esigenza poi, passione. Ho cominciato a fare teatro nel 2006, con una pochade francese. E da lì in poi ho proseguito cimentandomi in cose anche molto diverse fra loro. Questa professione, più di altre, ti consente di lavorare su te stesso, non solo per affinare i tuoi strumenti professionali, ma anche quelli personali. Puoi andarti a cercare nei personaggi che interpreti, o nascondertici. E fare comunque, visto da fuori, egregiamente il tuo lavoro d’attore. Dipende da quello che ti interessa fare e da quel che cerchi».

Lei ha fatto anche cinema: mi ricorda una pellicola in cui ha preso parte con molta soddisfazione?

«Ho avuto la ventura di lavorare con alcuni grandi, fra i quali non posso non citare Ettore Scola, al mio esordio assoluto, quando mi scelse per un ruolo in “Concorrenza sleale”. All’epoca, tuttavia, ancora non ero convintissimo di proseguire la mia strada di attore. Mi sentivo molto poco a mio agio. Non credo d’esser mai stato spinto da passione, quanto più da curiosità e da dei dubbi esistenziali. E l’unico modo per darmi una risposta era provarci. Poi ricordo con grande piacere tutti gli altri, da Ricky Tognazzi, passando per Marco Risi, per arrivare a Paolo Virzì».

Quale genere preferisce veder rappresentato al teatro e al cinema?

«Non ho un genere prediletto. Ci sono le cose belle e le cose brutte, a prescindere dal genere. Conta sempre il “come viene fatto” più che il “cosa”».

C’è uno spettacolo teatrale in cui ha recitato che rifarebbe mille volte volentieri?

«“Mumble Mumble – ovvero confessioni di un orfano d’arte” è un mio spettacolo che porto in scena dal 2010. Diciamo che l’ho fatto non mille, ma quasi cinquecento volte, e sempre volentieri.

È un testo autobiografico, ma assolutamente non autocelebrativo (cosa ci sarebbe poi da celebrare?) quanto piuttosto autolesivo semmai. Un’onesta messa in gioco, uno “spogliarello dell’anima”».

Lei ha lavorato anche con Lillo e Greg a teatro: è vero anche per lei che sono una delle poche scommesse della comicità italiana di oggi?

«Una scommessa più che vinta direi. Oramai sono una vera e propria istituzione. È un duo molto originale, fuori dai canoni abituali. La loro comicità è surreale. Sono contento che siano arrivati anche al grande pubblico. Li seguivo con affetto anche quando erano più di nicchia. Con loro ho avuto anche occasione di lavorare con molto piacere, e con piacere posso dire che sono tra i pochi che mi fanno davvero ridere».

Di recente lei ha recitato in uno spettacolo, mi vuole raccontare qualcosa a riguardo?

«1, 2 e 3 Ottobre sono andato in scena con “Mumble Mumble – ovvero confessioni di un orfano d’arte”, forse per l’ultima volta. Poi, a fine Febbraio porterò sul palco del teatro Off Off di Roma un altro testo che ho scritto in collaborazione con l’imprescindibile Andrea Pergolari che si intitolerà “Diario di un inadeguato – ovvero Mumble Mumble atto II°”. Che, dopo 12 anni di gestazione, credo si possa affermare d’essere il seguito. In scena con me sempre l’irrinunciabile Paolo Giommarelli. Ed ovviamente: dita incrociate!».

In bocca al lupo per questi lavori. Ci sono novità in campo cinematografico?

«Speriamo di ricevere notizie riguardo dei provini recentemente effettuati. E crepi il lupo!».

Per concludere, le chiedo se è riuscito a trovare tutte le risposte da questa terapia chiamata teatro e se attraverso di essa è riuscito a sciogliere i suoi diversi “dubbi esistenziali”.

«Risposte ne ho trovate molte, il problema è che continuo a farmi domande e quindi non ho ancora concluso il mio “interrogatorio”, ma ne so certamente di più sul perché mi sono spinto ad intraprendere questo percorso. Nella vita, la cosa più importante è continuare a confrontarsi con se stessi, preferisco dei sani dubbi a delle false certezze. Tutto sta nel mettersi in gioco per cercare di capire qualcosa in più rispetto al giorno prima. È questa, per me, l’unica vera grande responsabilità che abbiamo nei confronti del tempo che trascorriamo su questa Terra».

È stata una conversazione breve ma intensa, una sorta di monologo in cui lei s’è raccontato a me con molta profondità d’animo. La ringrazio anche per le riflessioni in cui mi sono grossomodo rivisto.  

«Grazie, Christian».

E grazie ad Emanuele per il tempo dedicatoci e per le fotografie concesseci direttamente dal suo sito ufficiale.

© IL QUOTIDIANO ONLINE 2021 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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