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San Valentino su Netflix: “Nuovo Olimpo” di Ozpetek

Nuovo Olimpo (2023), chiaramente, non ha la pretesa di rifare Nuovo Cinema Paradiso, né tantomeno quella di omaggiare poeticamente la settima arte come accade nel capolavoro di Tornatore.

Tuttavia, la nota pellicola che vinse l’Oscar serve al regista Ferzan Ozpetek come punto di partenza per realizzare un’opera meta-cinematografico-autobiografica, sulla scorta del capolavoro felliniano Otto e mezzo.

Infatti, traendo onomasticamente le mosse da un lungometraggio che esaltò il potere del Cinema nelle sue forme poetiche ed esistenziali, Nuovo Olimpo riesce ben a legare Cinema e Vita, omaggio collettivo e piena espressione dell’io: è per tale motivo che il regista italo-turco incomincia con citazioni varie (Pasolini per i nudi integrali anche per le inquadrature e la spontaneità dei rapporti sessuali nella loro nuda e cruda verità mai volgare, Moretti per le sequenze in moto nella capitale se si pensa al suo Caro diario…) per poi approdare a quella decisiva di Fellini, diretta (la sua morte sul giornale) e indiretta (la rottura della finzione cinematografica attraverso l’intervista meta-filmica di Enea alias Ferzan sulla sua vita e i suoi film, curiosamente e giustamente truccato come fosse il suo storico interprete feticcio, Stefano Accorsi).

Per cui, come Fellini (ma a differenza sua non visionariamente, non prima del tempo) aveva donato a tutti in Otto e mezzo l’opera d’arte che meglio raccontasse il rapporto tra l’io e il Cinema, così ha fatto qui Ozpetek, mostrando a tutti la sua raffinata conoscenza di Storia del Cinema italiano, ben districandosi tra nobili citazioni, sguardi all’indietro verso il proprio tempo ormai andato e le immagini topiche e ricorrenti del suo corpus.

All’inizio può apparire un po’ ripetitivo e discordante, poi lo si giustifica grazie alla comprensione dell’obiettivo finale (non si tollerano, invece, i circa quattro o cinque bruschi stacchi di montaggio, una recitazione non sempre curata e in qualcuno scadente ed incomprensibile, diversi momenti altamente scontati, uno o due momenti poco credibili, lievi ed iniziali facilitazioni di trama e una prima parte, sebbene dall’intro fulmineo e giustamente cinematograficamente programmatico, non priva di lentezze).

Ed è così che la sequenza erotica tenera, spinta e passionale ricorda Napoli velata, le continue terrazze riportano alla mente La dea fortuna, le risate, sparse qua e là anche grazie alla migliore e qui straordinaria caratterista d’eccezione Luisa Ranieri, fanno pensare all’atmosfera di Mine Vaganti, la sequenza finale prima dell’ultima scena amara nella sua onirica irrealizzabilità restituisce il senso della Memoria (anche lievemente a livello tonale) de La finestra di fronte.

E siamo sempre, infatti, per le vie di Roma: perché è, ormai, la città di Ozpetek. Le musiche di Mina o turche ci riportano a lui, così come le magnifiche scene prospettiche da quadro romantico mai banale e sempre poetico, perché il suo è cinema dei sentimenti, fatto di sorprese (non mancano infatti, qui, colpi di scena o frasi come Pensami… destanti anche lacrimucce e brividi).

E infine, la malinconia che si genera nello spettatore dalla seconda parte fin dopo la visione è la stessa che produce quel pugno di amarezza di un addio esistenziale (perché la vita è una continua scelta kierkegaardiana e noi umani coi sentimenti spesso «che stupidi che siamo!») che avevamo già percepito dopo aver visto il suo capolavoro.

Ma siamo lontani da Le fate ignoranti, e non è solo una questione di anni: Ferzan, sia chiaro, ha fatto un bel lavoro, ma ci si sarebbe aspettati un po’ più di rinnovamento (al di là dell’operazione di collegamento tra Cinema collettivo e Cinema individuale), specialmente dopo la grande rivoluzione compiuta ne La dea fortuna.

E invece siamo di fronte ad un’operazione felliniana, per fortuna non copiata, semmai omaggiata, fortunatamente con grandi tocchi personali di tenerezza, poesia, come questo maestro sa fare. Ha fatto di peggio, ma ha fatto anche di meglio e ha rifatto errori del passato, come assegnare la parte ad un attore oggettivamente bello, ma incapace: fortunatamente colui che interpreta il ruolo di Antonio non fa il protagonista come Francesco Arca in Allacciate le cinture, attualmente considerabile il peggior film del regista.

Dunque, anche grazie al bagaglio di vita, conoscenza e poesia, Ozpetek non sbaglia se fa Ozpetek, ma se provasse ad osare di nuovo un po’ di più?

Come quando fa emergere frammenti della Storia omosessuale d’Italia, quando si era costretti a vivere nascostamente nei corridoi la propria sessualità (al contrario, avrebbe potuto far spiccare leggermente in più, senza sviare dalla tematica centrale, la realtà storica delle manifestazioni degli Anni di Piombo), oppure nel momento in cui il protagonista, ormai regista, è momentaneamente non vedente e bendato, ma riconosce la Verità nel potere dell’immaginazione e del ricordo (attimo felliniano sì, ma possiamo dire anche immagine, ormai, ozpetekiana, se pensiamo che l’operazione che gli fa tornare la vista proviene dall’Amore, che come il Cinema ha il potere di donare la Vita).

Insomma: Nuovo Olimpo è un buon film, Andrea Guerra merita solo plausi, così come il direttore della fotografia, non v’è nessuno del cast degli attori che non abbia sbagliato almeno una volta e Gianni Romoli e Ferzan Ozpetek spesso hanno scritto meglio.

Che dire: tutto sommato non è male come testamento, ma ci si augura che il regista possa vivere a lungo e lasciarcene uno migliore.

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2024 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, storico dell'arte e docente laureato in Archeologia e Storia dell'Arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver pubblicato il libro “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Già conduttore web-televisivo e radiofonico, è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà le rubriche "Le conversazioni di Liguori" e “Il Cinema secondo Liguori”.

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