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Il peso della gratitudine

La perdita del senso del mondo

La vita è fatta di vita ma anche di morte. Continue scomparse, reali o simboliche, ci attraversano. Solo grazie allo sguardo dell’altro troviamo fondamento alla nostra esistenza. Benché il mito dell’individualismo, del bastare a sé stessi, dilaghi sempre più, (e, per certi aspetti, è da ritenersi benefico) non possiamo contrastare logiche naturali che, spesso, hanno il predominio su qualsiasi teoria voglia, dal suo canto, competere: non possiamo esistere senza il riconoscimento dell’altro. Essere riconosciuti in quanto esistenti dà significato alla nostra vita, pertanto la perdita di un oggetto amato conduce alla perdita della propria identità, alla perdita del senso di sé e del mondo.

Parlando di Camus –morto prematuramente in un incidente stradale- Sartre ricordava la sensazione perturbante che provava quando di notte camminava nella via dove abitava l’amico senza poter più vedere la luce alla sua finestra. Qualcosa si era spento, il mondo non contemplava più la sua presenza e, dunque, aveva cambiato per sempre il suo volto.

Così scrive nel saggio «Le stelle morte» Massimo Recalcalti, psicoanalista di spiccata sensibilità. Un’analisi accurata dell’esperienza della perdita di cui tutti, in taluni momenti della vita, ne veniamo coinvolti. L’esperienza luttuosa, quando non elaborata, può manifestarsi mediante l’angoscia melanconica o quella maniacale. Malinconia e mania, entrambe, sono manifestazioni di negazione della perdita. Nella reazione malinconica vi è la stagnazione del dolore, il lutto si cronicizza, si prolunga in un tempo indefinito. Chi subisce la mancanza, s’identifica con l’oggetto perduto, vive nell’immobilità, nella pietrificazione. Nella reazione maniacale vi è invece movimento, un fare che è soppressione emotiva, mediante progettualità e azioni che non hanno a che vedere con uno slancio alla vita, quanto al camuffamento della sofferenza, al riempimento dell’assenza.

Memoria e tempo sono i pilastri della sana reazione emotiva alla mancanza, fondamenti del cosiddetto lavoro del lutto. Solo a posteriori possiamo dare significato alle cose, ricordando gli accaduti e con essi la moltitudine di abissi emotivi che ne derivano; nel caso dell’evento luttuoso, solo dopo aver accolto il dolore, avergli fatto posto e averne fatto memoria ci si può avviare a una sua risignificazione. Il lavoro del lutto non si compie mai del tutto, vi è sempre un resto, uno scarto lasciato dalla mancanza. Non verso l’oblio, è necessario orientarci verso la memoria del dolore. Un lavoro di scavo che apre un varco interiore e che assume forme che spesso non comprendiamo. Solo accogliendolo possiamo dargli nuovo senso, quello di essere portatore non di rimpianto ma di gratitudine.

Nostalgia, dal greco nostos (ritorno) e àlgos (dolore) è il dolore per qualcosa che si vorrebbe ritornasse, nonostante la sua impossibilità. La nostalgia può assumere, dunque, il volto del rimpianto o quello della gratitudine. Nella nostalgia-rimpianto, benché si sia consapevoli dell’impossibilità di un ritorno al passato, ci si ostina a volerlo conservare, cristallizzandosi in esso senza apertura verso il futuro. Nella nostalgia-gratitudine, invece, la tristezza per la perdita, mai completamente obliata, continua ad avere posto nell’esistenza ma accompagnata da rinnovata linfa. Non più il dolore che pietrifica, ma la memoria rischiarata e rischiaratrice che, poggiandosi sulle spoglie del dolore, fa di queste cammino per nuova vita, irradiata da luce profondissima proprio come quella (prendendo in prestito Recalcati) sprigionata dalle stelle morte.

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di Michela Puppolo

Michela Puppolo. Vivo a Buonabitacolo, un piccolo paesino del Vallo di Diano, in provincia di Salerno. Dopo la maturità turistica, m’iscrivo alla facoltà di filosofia, per vocazione. Sono appassionata di montagna, di antropologia e di psicoanalisi. Amante delle lettere e della cultura locale, scrivo poesie e racconti narratimi, in italiano, talvolta in dialetto affinché il patrimonio lessicale dei paesi possa permanere nel tempo. Sono affascinata dalle storie di vita di gente della mia terra, dalle campagne, dai vicoli e dalle tradizioni locali, dalle quotidianità vissute in senso comunitario. Abbiamo tutti bisogno di sentirci comunità, di sentire in noi il senso di identità e appartenenza, non come cesura nei confronti della società e del mondo, al contrario, un’identità intesa come costruzione del sé che sappia, grazie alla consapevolezza delle proprie radici, stare nel mondo. Curerà la rubrica “Sentieri, Storie e Territori”

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