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Conversazione con Roberto Azzurro, l’attore che invita a distinguere tra fama e celebrità

Hitler è famoso. Leonardo Da Vinci è celebre. Non confondiamo, perché il grande problema di oggi è la visibilità

Roberto Azzurro, attore e regista. 

Attore e regista partenopeo conosciuto ormai a livello nazionale, Roberto Azzurro da qualche anno vive a Benevento, anche se continua ad operare a Napoli. 

Una carriera ricca e vivace sui palcoscenici, con tanto di spettacolo-invettiva contro la sua terra, e partecipazioni significative in alcuni film, come Il resto di niente (pellicola di Antonietta De Lillo sulla rivoluzione napoletana): questo e molto altro è Azzurro, un uomo, un mondo da scoprire.  

Intanto, è bene ricordare che lo vedremo in scena il 28 Ottobre a Napoli presso Palazzo Maddaloni ne L’arte di Bonì.  

Ora che vive a Benevento, non sente la mancanza di quel polo culturale teatrale che è la città di Napoli? 

«Ho vissuto quasi sempre a Napoli, a parte una breve parentesi romana durante la giovinezza. Ho litigato fortemente con la mia città, anche per questioni personali. Mia madre era di Benevento. La metropoli ruba all’essere umano la cosa più importante che l’essere umano possiede: il tempo. Nel traffico, ad esempio, sia a Roma che a Napoli ho buttato come cinque anni di vita. Credo che, ammesso che il Pianeta esisterà ancora, giudicheranno male in futuro la vita metropolitana spesso articolata in agglomerati gli uni sugli altri. Le grandi città sono state costruite tanto tempo fa, ma non sono state rimodernate al passo coi nuovi tempi della società tecnologica». 

A proposito di Napoli, lei insegna al Teatro Elicantropo, una bella realtà cittadina: me la racconta?

«È un luogo che ha inventato Carlo Cerciello, uomo di teatro. Sono stato protagonista di molti suoi spettacoli. Aveva fondato un laboratorio di teatro e voleva coinvolgere altre persone. Ho cominciato, così, ad insegnare anch’io recitazione all’Elicantropo. Mi piace molto fare il maestro, credo sia la cosa in cui riesco meglio».

A proposito sempre della città partenopea, lei ha espresso tanto odio nei suoi confronti in Una Lampa: per gli stessi motivi che elencava prima?

«È stato un momento di rabbia e amore questo spettacolo. Ore nel traffico e altri problemi di viabilità, oltre che di inciviltà urbana, mi hanno offerto l’ispirazione. Io credo che noi napoletani siamo rimasti talmente scioccati dalla bellezza del Golfo che non siamo riusciti più a procedere verso la strada della civiltà. Ho deciso, dunque, di litigare pubblicamente con la mia città in quest’invettiva il cui titolo, tradotto, significa ‘un’unica fiammata’, immaginando che Napoli prima o poi debba sparire nel fuoco. Ne resterebbe solo un ricordo meraviglioso della sua bellezza innegabile, sperando in una migliore rifondazione…». 

Mario Carotenuto e Giorgio Albertazzi sono due modelli di teatro iconici con cui lei ha avuto la fortuna di lavorare: apriamo la scatola dei ricordi!

«Le emozioni, le sensazioni che ho provato per la prima volta in palcoscenico a sei anni con la scuola sono le stesse che ho sentito e che sento ancora da quando ho incominciato a fare questo mestiere. Tutte le arti ci staccano dal suolo e ci consentono di volare. La danza è l’unica che lo permette in senso pratico: ecco perché era la mia massima aspirazione fare danza classica. Poi ho fatto altro, ho studiato anche mimo corporeo con Michele Monetta. Con Carotenuto ho portato in scena Shakespeare. Era una persona meravigliosa e divertentissima. Ho lavorato per quasi 10 anni con Antonio Calenda, col quale collaboravo come aiuto-regista. In una di queste occasioni ho aiutato a dirigere Albertazzi. Per circa un mese e mezzo di prove riusciva sempre in un momento a farmi commuovere. Ho avuto anche la fortuna di dirigere Piera Degli Esposti, tra le attrici più originali e anti-convenzionali di sempre. Piera guardava le cose da grande artista, cioè diversamente da come le avrebbe potute vedere chiunque. Sono molto legato anche ad Oscar Wilde, pur non avendolo mai conosciuto di persona, chiaramente. Sono il primo attore italiano ad aver portato in scena il suo processo». 

Qual è la sua idea universale e generale del Teatro? 

«Ispirandomi all’Enrico V di Shakespeare e parafrasando: non serve niente per fare il Teatro, purché ci siano almeno un attore e uno spettatore. Mi perdonino i miei amici scenografi e costumisti. Il Teatro va dalla fine della parola dell’attore all’inizio del pensiero dello spettatore. Il mio Teatro non ha luci, non ha particolari scenografie». 

Lei ha lavorato anche in diversi set. Che ne pensa del Cinema?

«Sono due linguaggi, due codici completamente diversi, ma per essere un bravo attore di cinema bisogna essere un bravo attore di teatro. Sul palcoscenico l’attore amplifica il segno espressivo, sul set lo deve ridurre, poiché al resto ci pensa la macchina da presa». 

A breve la vedremo di nuovo sul grande schermo?

«Deve uscire prossimamente al cinema Dodici repliche di Gallo, un film LGBTQ plus dove interpreto un anziano transessuale». 

Vuole rivolgere, per concludere, un invito al pubblico dall’arte alla realtà e dalla realtà all’arte?

«Purtroppo, attualmente il grande problema del mondo è il linguaggio. Il linguaggio rappresenta la realtà e se si sbaglia ad usare il linguaggio non si rappresenta più la realtà. Finché non capiremo che parole usate come sinonimi rappresentano invece cose completamente diverse, finché non capiremo la differenza tra fama e celebrità, finché la fama non smetterà di essere l’unico valore che oggi esiste, il mondo non subirà un altro passo in avanti…». 

Un messaggio profondo, necessario, da brividi e per certi versi rivoluzionario in questo secolo d’umanità perduta. Grazie infinite! 

«Grazie a lei Christian, per me è stato un piacere!».

Si ringrazia l’intervistato anche per le foto forniteci.

Per saperne di più sulla conversazione, clicca ai link:

https://fb.watch/gbZcxaDP1U/

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2022 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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