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Conversazione con Vea, la cantante che unisce

«A Torino c’è tantissimo fermento musicale, ma è cambiato il pubblico»

Vea, cantautrice   

Babysitter e cantautrice torinese, Vea, per gli amici e per la musica, ci ricorda che l’arte delle note è l’unica che attraversa realmente il nostro corpo. 

Pertanto, porta avanti una dimensione di canto individuale e collettivo, affinché possa creare unione e interazione contro ogni barriera sociale.    

Il suo format a Torino, Tanto pe’ cantà, riscuote sempre successo e vi aspetta il 19 Gennaio alle ore 21 al Cafè des Arts, in centro città. 

Com’era Vea durante l’infanzia?

«Una bimba un po’ più grande, infatti tanti mi chiamavano Valeriotta. In realtà, non ero tanto diversa da adesso: cantavo canzoni a caso, le inventavo… ho cassette registrate in cui a tre anni si sente la mia voce metallica che inventa pezzi». 

Un gioco da quando sei nata, per te, la musica, il canto.

«Una passione probabilmente indotta da mio papà, che ha sempre suonato a casa».

La Musica ancora oggi per te è un gioco? Continui a viverla così?

«È il gioco più bello! Peccato che nella nostra lingua, a differenza dell’inglese e del francese, il verbo suonare non corrisponda a giocare». 

Di certo nel nostro Paese verso la Musica, spesso, vi sono gravi mancanze. 

«Assolutamente, si dimentica che è un gioco serio. Negli anni è cambiato anche il pubblico. Quando ho incominciato non mi ponevo mai il problema del numero di persone, tutti i miei concerti erano molto frequentati. Invece, negli ultimi anni la partecipazione è calata. Rispetto al passato, oggi esistono le nicchie di pubblico: ci sono gruppi fedeli a un certo genere musicale piuttosto che ad un altro». 

Anche i giovani oggi sono distanti dalla Musica?

«Posso parlare della musica dal vivo, la mia: lo noto, la noto la distanza. Lo vedo con le mie nipoti adolescenti, non è una priorità andare ad un concerto per loro, mentre io alla loro età ne facevo a manetta!». 

Il tuo primo concerto?

«Avevo nove anni e andai a vedere e sentire Laura Pausini. Artisticamente siamo distanti, ma l’ammiro molto, perché la potenza che ha sul palco è invidiabile. Infatti, è una grandissima performer!». 

La tua musica dove la collocheresti?

«Se cerchi su Google, purtroppo, musica d’autrice ti rimanda direttamente a musica d’autore. Non è accettabile. Dunque, faccio musica d’autrice. Nasco solista, ma ho una mia band e collaboro con tanti musicisti per progetti extra: ExtraVea (ride). Il lavoro di scrittura e di arrangiamento lo faccio tendenzialmente da sola, ma spesso coinvolgo la mia band in questo, perché le partiture si scrivono per gli strumentisti, non per gli strumenti». 

Un’unica voce, un coro di voci: cosa racconti nei tuoi brani?

«Mi pongo interrogativi sulla società, perché sono un individuo che ne fa, chiaramente, parte. Dunque, non posso pensare in maniera astratta rispetto alla società».

Ho la vaga sensazione che per il tuo temperamento artistico possa ispirarti o esserti ispirata, di tanto in tanto, a Loredana Berté, o sbaglio?

«Più a Mia Martini, sua sorella. Dagli anni Novanta in poi Cristina Donà, ma anche Carmen Consoli, Etta James, Tina Turner. Ecco, ascolto specialmente musica straniera, le ultime due che ho citato, poi, per me hanno rappresentato molto, anche grazie al loro atteggiamento dirompente sui palchi». 

A proposito di concerti, tu hai creato un format molto interessante, un modo per avvicinare tutti alla Musica e al canto senza inibizione. Ce lo racconti?

«Tanto pe’ cantà vuol far capire innanzitutto che il canto siamo noi. Perché è la nostra voce, lo strumento che più ci rappresenta. Dentro la nostra voce ci siamo per forza tutti. Poi, lo abbiamo chiamato così, ispirandoci ad una nota canzone di Nino Manfredi, per richiamare l’idea dell’osteria, con la chitarra sempre pronta e una dimensione di condivisione ed allegria che solo il canto è in grado realmente di creare».  

Qual è il tuo sogno nel cassetto? 

«Cantare davanti a un pubblico di cui non si deve vedere la fine».

Che meraviglia: sei per la gente! Grazie Vea per questi momenti di riflessione e condivisione, insieme. 

«Più siamo, meglio è. Grazie Christian!» 

Le foto ci sono state fornite dall’artista.

Per saperne di più, clicca al link sulla conversazione:

https://fb.watch/pOa6-WYIi0/

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2024 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, storico dell'arte e docente laureato in Archeologia e Storia dell'Arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver pubblicato il libro “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Già conduttore web-televisivo e radiofonico, è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà le rubriche "Le conversazioni di Liguori" e “Il Cinema secondo Liguori”.

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Claustrofobico continuamente in tensione. Dal bianco e nero al colore, dal film nel film al lungometraggio stesso.

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