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Tra realtà e ideali – Recensione di “Una vita difficile” (Risi, 1961)

È da poco trascorsa la memorabile data del 2 Giugno, celebrante la Festa della Repubblica Italiana. 75 anni fa sarebbe cambiata per sempre la storia del nostro Paese: specchio di tale evento radicale è anche il lungometraggio di Dino Risi intitolato “Una vita difficile”, un’amara commedia all’italiana del 1961, con Alberto Sordi e Lea Massari.

Parabola universale dell’esistenza umana schiacciata dall’insostenibile ed opprimente labile, fragile e precario confine tra idealità e realtà, il film è nella lista dei 100 film italiani da salvare.

Il protagonista incarna perfettamente una certa sofferenza, che poi resterà come traccia indelebile ed incancellabile nella sua fede in principi di uguaglianza sociale, onestà e trasparenza, caratteri di un egualitarismo politico comunista che avranno difficoltà ad emergere nell’Italia dopo la Liberazione, tra attentato a Togliatti, corruzioni e contraddizioni varie di una realtà che riusciva con difficoltà ad allontanarsi dalla “tradizione” monarchica e fascista, pur avviandosi verso un boom economico di automobili nuove e spiagge affollate.

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Risi riesce qui a raccontare, grazie anche all’apporto di un’interprete drammatica eccezionale come Lea Massari e con una garanzia di macchina d’attore già citato in grado di divertire e commuovere nello stesso lavoro, una triste storia di disagio sotto i più molteplici versanti (sociale, economico, familiare,…), non rinunciando ad infliggere duri colpi di satira politica e sociale, chiamando in causa ingiusti magistrati, carceri inadeguate, cinema poco “impegnato” per paura della censura, furbi arricchiti padroni del mondo e dell’illegalità.

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La pellicola, che presagisce la fine del miracolo economico, ha un andamento lineare che conferisce al tono e alla storia quella giusta rappresentazione di un’esistenza scandita per tappe cronologiche e drammatiche che si susseguono una dopo l’altra, tracciando con perizia un’analisi di rapporti tra individuo e società italiana in un contesto di una vita che non fu particolarmente facile per molti negli anni della distruzione e della ricostruzione post-bellica: tanto fu risollevato, ma tanto fu pure sommerso…

Valutazione: Capolavoro 🌟🌟🌟🌟🌟/🌟🌟🌟🌟🌟

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di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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