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Quella tela che ritrae la preghiera del “Principe dei Musici”

Il nostro viaggio di oggi non comincia da una storia, ma da una tela che ne racconta una. Siamo a Gesualdo, in provincia di Avellino, nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, e stiamo ammirando un’enorme tela del Seicento posizionata sull’altare e attribuita al pittore fiorentino Giovanni Balducci. Nella parte superiore il dipinto rappresenta San Francesco, San Domenico, Santa Caterina e la Maddalena intenti ad intercedere presso Cristo, affiancato dalla Madonna e da San Michele Arcangelo; nella parte inferiore, invece, il cardinale Carlo Borromeo tiene la mano sulla spalla del nipote, Carlo Gesualdo, inginocchiato con le mani giunte a chiedere perdono; di fronte a lui e nella stessa posizione, la prima moglie, Maria D’Avalos. Al centro, tra gli angioletti, il piccolo Alfonsino, morto all’età di cinque anni, frutto del secondo matrimonio di Gesualdo.

Pala del perdono (parte superiore)

La Pala del perdono, oltre a contenere probabilmente l’unico ritratto autentico del compositore nobile originario di Venosa, in qualche modo immortala, senza però rappresentarla, la vicenda che più di tutte ha segnato la vita e la produzione del musicista conterraneo di Orazio; una tacita ammissione di colpa, una preghiera rivolta a Dio, un perdono che Carlo Gesualdo rincorse e al quale anelò probabilmente per tutta la sua esistenza.

Pala del perdono (parte inferiore)

Già dai primi anni della sua vita il principe dimostrò un talento musicale straordinario che gli permise di diventare uno dei più rilevanti madrigalisti al mondo. A vent’anni sposò la cugina Maria D’Avalos che quattro anni dopo, presso Palazzo Sansevero, a Napoli, barbaramente trucidò assieme al suo amante, il duca d’Andria e conte di Ruvo Fabrizio Carafa. Per sfuggire alla possibile vendetta cospirata dalle famiglie delle sue vittime, si rifugiò nel castello di Gesualdo, tormentato da una burrascosa inquietudine che mai più lo abbandonerà, neanche dopo il secondo matrimonio con Eleonora d’Este.

Con gli anni il castello perse le aspre sembianze di una fortezza per divenire sempre più una residenza magnifica, accerchiata da un agglomerato urbano a cui egli donò tre chiese e due conventi, probabilmente per riscattare il suo misfatto agli occhi di Dio. Tra le mura del suo castello di Gesualdo, ispirato dal meraviglioso panorama della vallata che lo circondava, si concretizzò per il compositore il momento più florido per la sua musica, una produzione perseguitata dall’angoscia dei crimini da lui commessi, ma anche influenzata dalla rigida educazione morale e musicale ricevuta, oltre che da una vita avida di gioia e dai dolori fisici che spesso lo attanagliavano.

Le spoglie del “Principe dei Musici” sembra siano custodite nella chiesa del Gesù Nuovo, a Napoli, ma da qualche anno alcuni affermano che sia sepolto proprio a Gesualdo, nella chiesa che custodisce la Pala del perdono di cui è protagonista.

Dolcissima mia vita, mia vita
A che tardate la bramata aita, aita?
Credete forse che′l bel foco
On d’ardo sia perfinir, sia perfinir
Perché torcete il guardo?

Gesualdo da Venosa, Dolcissima mia vita, Quinto libro di madrigali, 1611

Nel prossimo articolo entreremo nella dimora irpina del compositore; intanto potrete ascoltare la sua musica: https://www.youtube.com/channel/UCluITPzQbQActitD9sZTRog.

La foto utilizzata per l’immagine di copertina è di Eugenio Nocera. Le foto e alcune informazioni sono state riprese dal sito della Pro Loco Civitatis Iesualdinae: www.prolocogesualdo.jimdofree.com.

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di Rosa Elefante

Studentessa non ancora esaurita, idealista non ancora disillusa, sognatrice non ancora sveglia. Curerà la rubrica “Sentieri, Storie e Territori”

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