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Il potere della credenza: la cura del canto

La religione come artifizio umano

La religione, in antropologia, è intesa quale sistema culturale, caratterizzato da un insieme di rituali e credenze che hanno a che fare con la sfera sacra.

Secondo Cicerone il termine religio deriverebbe dal verbo lègere, che rimanda al concetto di riunire, lo stesso che si ritrova nella threskeia greca; i primi autori cristiani ritenevano, invece, che religio derivasse dal verbo ligàre (legare). Il significato di riunire e legare è simile mentre però con lègere si intende riunire gli uomini nell’adempimento degli obblighi del culto in onore delle divinità, con un accento spiccatamente politico e comunitario, ligàre evidenzia, invece, la connessione intima tra sfera individuale e divinità, con l’importante differenza di riferirsi non più a una pluralità di dèi ma a un unico Dio.

Il concetto di cultura (che come suddetto ingloba, tra i tanti, anche quello di religione) denota un complesso di significati trasmessi storicamente, incarnati in simboli. Il simbolo è l’espressione empirica di uno stato ideale ovvero uno strumento per rendere tangibile un concetto. È simbolo tutto ciò che rimanda a un significato: la parola stessa è simbolo. Lo studio antropologico sulla religione si fonda, pertanto, sull’analisi dei significati, celati o manifesti, nei simboli religiosi, interpretati nella loro relazione con i processi psicologici e socio-culturali.

I simboli sacri esprimono l’ethos di un popolo e sono in grado di far sorgere, negli individui, sentimenti morali. Attraverso i simboli, i popoli «comunitarizzano» credenze. L’uomo, per quanto l’ignoto turbi il suo animo, è in continua ricerca e, quando giunge alla consapevolezza della sua impotenza nei riguardi di una conoscenza compiuta del mondo, esperisce sofferenza la quale, in una delle sue accezioni generaliste, potrebbe essere definita come il non conoscere pienamente un evento e, di conseguenza, non poterlo definire. La sofferenza umana può essere espressa, compresa e sopportata mediante il simbolismo religioso.

I canti curativi dei Navajo

Affascinanti, a tal proposito, sono i sessanta canti curativi dei Navajo, tutti orientati alla rimozione di malattie fisiche o mentali. Ogni canto è una sorta di «psicodramma religioso» in cui figurano il guaritore (colui che guarisce cantando), il paziente e la famiglia di costui. Fondamentali nel processo rituale sono le azioni di purificazione: cantilene ripetitive sono volte a riportare la salute. Il cantore pone il paziente su un “sacro” dipinto di sabbia; tocca le membra dei corpi delle figure sacre per poi toccare le corrispondenti parti del paziente: in questo modo, attraverso l’invocazione al divino, l’uomo viene purificato dal male. La purificazione avviene mediante sudore forzato e vomito indotto; la guarigione si realizza unicamente nella “fede”. I simboli religiosi sono, dunque, in grado di dare significato ai sentimenti umani, materializzando la credenza di un ulteriore rispetto agli eventi esperiti nella condizione intrinsecamente umana: in quest’ottica, la religione assurge alla sua funzione consolatrice.

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di Sergio Claudini

Classe 2000. Dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo Classico “G. B. Vico” di Nocera Inferiore, nel 2019 si iscrive alla facoltà di “Scienze dei Beni Culturali”, indirizzo archeologico, all’Università degli Studi di Salerno. L’amore verso l’arte e la bellezza in generale, lo ha spinto fin dai banchi del liceo a coltivare diverse passioni, prime fra tutte la lettura, la scrittura e il teatro. Muove i primi passi nel campo dell’attivismo studentesco, entrando a far parte del collettivo “Nessun Esclus”. Inizia ad occuparsi dell’organizzazione di eventi per sensibilizzare sulla discriminazione di genere, ma anche manifestazioni studentesche e proteste ambientaliste, tra cui quelle organizzate da “Fridays For Future”. Un laboratorio che lo ha condotto verso nuove realtà associative, tra cui, l’associazione “Ridiamo vita al castello”. Coniuga gli impegni scolastici con quelli associativi, cavalcando l’onda di una crescente passione che tuttora lo alimenta e gli dà la grinta necessaria per indignarsi e provare a cambiare alcuni aspetti della realtà che lo circonda. Per lui, i sogni non vanno depositati sottochiave in un cassetto, anzi, devono essere realizzati. Curerà la rubrica “Noi siamo Tempesta: parola ai 2000”

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Claustrofobico continuamente in tensione. Dal bianco e nero al colore, dal film nel film al lungometraggio stesso.

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