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Dramma e documentarismo – Recensione di “Nestore, l’ultima corsa” (Sordi, 1994)

Lo scorso martedì 15 giugno, Alberto Sordi alias Albertone avrebbe compiuto 101 anni: celebriamo questo patrimonio italiano nel mondo rammentando che non fu solo un grande comico, ma anche un vortice di sentimenti, una macchina da guerra, ma tutta umana, capace di impersonare chiunque. Tra le pellicole più strazianti della storia del cinema italiano va assolutamente segnalato il suo “Nestore, l’ultima corsa”, film da lui appunto diretto ed interpretato nel 1994.

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C’è chi ha parlato di declino dell’attore-regista o di patetismo a proposito di questa pellicola, e viene da domandarsi la critica che film abbia visto, a questo punto. Perché questa è la storia di un “dramma animale” oltre che umano (siamo animali anche noi, del resto), che commuove due o tre volte già nella prima parte e tocca nel profondo, preparando la batosta conclusiva nella penultima sequenza girata al mattatoio, di grande bellezza: perché straziante, dolorosa, cattiva, realistica, triste, da brividi, struggente, vera.

Tuttavia, a proposito della regia non è tutto così perfetto. Infatti, sono un po’ eccessivi alcuni bruschi stacchi di montaggio delle riprese e la recitazione tutto sommato non è buona da parte di tutti (spiccano Sordi ed un Eros Pagni cinico, ma perde colpi Cinzia Cannarozzo).

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Una storia d’amicizia profonda tra l’uomo e il suo cavallo, e poi al macello: qualcuno potrebbe aver accusato Albertone del “perché fa vedere tutto, fa vedere anche scene così cruente?”. Risposta: questo è il genere umano, questo il suo rapporto con l’animale. Affetto, e poi affettato, prima amore, poi merce.

L’atmosfera decadente della realtà presente (che per traslato metaforico rimanda alla televisione attraverso gli spettacoli della figlia spogliarellista) è data anche dal paesaggio urbano di una capitale affollata di turisti, ma non per questo non povera, non priva di problemi e angoli degradati (periferia, baraccopoli di zingari…). Sordi rimpiange il proprio passato negli anni Novanta con malinconica non via d’uscita.

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Ma è nel bilancio di carriera e vita qui rievocato, e soprattutto in quella sequenza cruda e documentaristica al mattatoio che si prende coscienza dell’abilità di un artista che è avvalorato giustamente tra i beni del patrimonio culturale italiano.

Valutazione: Ottimo 🌟🌟🌟🌟/🌟🌟🌟🌟🌟

© IL QUOTIDIANO ONLINE • 2021 RIPRODUZIONE RISERVATA

di Christian Liguori

Classe '97, studente laureando di “Archeologia e Storia dell'Arte” all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Dopo aver conseguito una laurea triennale in “Beni Culturali e Discipline delle Arti e dello Spettacolo” all’Università degli Studi di Salerno, e pubblicato “Paolo Barca e la frantumazione della logica cerebrale umana”, un saggio di cinema sul regista Mogherini, ha maturato esperienze in svariati campi: dalla pubblicazione di articoli per un blog e una redazione online, a quella di filmati su YouTube e pagine Facebook; dalla partecipazione come interprete in spettacoli teatrali e cortometraggi, all’attivismo associativo per la cultura e l’ambiente. Di recente anche conduttore web-televisivo (un tempo radiofonico), è da sempre specializzato in recensioni di film. Curerà la rubrica “Il Cinema secondo Liguori”

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